sabato 14 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito

BEATI NOI!
L'intimità con Gesù



«Mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: 
«Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».
(Lc 11, 27-28)






«Beato te!». È l'espressione con cui esprimiamo invidia o di ammirazione per quanto un altro sta vivendo, per una determinata situazione in cui si trova, per quella particolare cosa che possiede...  
«Beato te!» perché quel che ti sta capitando non può che renderti felice, appagarti, farti sentire estremamente fortunato, in uno stato di beatitudine.
La donna che si rivolge a Gesù dice queste cose in riferimento a Maria, sua madre, beata per averlo portato nel grembo e per averlo allattato. Beata, cioè, per aver vissuto un'esperienza di assoluta e unica intimità con Cristo, quale è il rapporto "viscerale" tra una madre e un figlio. E Maria è beata perché Gesù è l'oggetto di questa sua "fortuna", lui che ha parole di sapienza che nessuno aveva mai pronunciato e gesti d'amore gratuito e potente che nessuno aveva mai compiuto. 
La beatitudine rivolta a Maria è un complimento indiretto al Figlio, la manifestazione di uno stupore incontenibile dinanzi alle meraviglie che quest'uomo compie, alla bellezza interiore che è in lui, al fascino che emana dalla sua persona.
Beata è colei che lo ha tenuto dentro di sé per nove mesi; beata è colei che lo ha nutrito al suo seno. Beata è colei che lo ha cullato, abbracciato, custodito. Beata è colei che può dire "Gesù è mio" come nessun altro potrebbe fare.
Ma Gesù apre a tutti la porta di questa beatitudine: ascoltando la Parola e osservandola – ascoltando e seguendo lui che è la Parola incarnata – ogni uomo può essere beato. L'esperienza unica e irripetibile della maternità divina di Maria diventa accessibile a chiunque. «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 15,20)  dirà Gesù. E la volontà del Padre è questa: ascoltare il Figlio, seguirlo, amarlo. 

mercoledì 4 ottobre 2017

Aspirare alla santità

SAN FRANCESCO, UOMO DI PACE

Ritratto di Francesco (XIII sec.) presso il Sacro Speco, Subiaco

Pace, creato, creatore. Sono parole legate da un unico filo rosso nella vita di Francesco d'Assisi. Ma è un filo rosso che sembra svolgersi tra le contraddizioni dell'esperienza di questo frate, chiamato a parlare di pace, ma destinato a fare la rivoluzione, prima in famiglia e poi nella Chiesa; chiamato a vivere semplicemente tra le intemperie della natura e nel rigore dell'ascesi, eppure destinato a essere cantore della bellezza e potenza del creato; nato tra le ricchezze, ma deciso a sposare Madonna Povertà.
In tutta la sua esistenza Francesco sperimenta con forza le parole del Cristo vergate dall'evangelista Luca: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (Lc 12, 51). Parole che in Francesco diventano carne e sangue. Parole reali, vissute intensamente. La risposta alla chiamata divina si fa, nel piccolo mondo del giovane santo, una spada che recide legami e aspirazioni, che capovolge le aspettative degli altri su di lui, ma anche i suoi stessi desideri, convertendoli in bisogni più profondi, attraverso gli eventi della vita.

I SOGNI DI FRANCESCO

Francesco sogna un futuro da uomo d'armi, ma viene catturato nella battaglia di Collestrada (1202) – primo passo verso la conversione saranno le precarie condizioni di salute in cui ritornerà a casa – e poi, qualche anno dopo, proprio mentre è a Spoleto, pronto a diventare crociato, un sogno lo turba, lo inquieta, invitandolo a «servire il padrone invece che il servo». Torna a casa, tra lo sconcerto e il disappunto di chi lo vede rientrare con le pive nel sacco, come si suol dire.
Francesco sogna poi un mondo migliore, più equo, più giusto verso i meno fortunati. Una volta va a Roma per seguire gli affari del padre, Pietro di Bernardone, e invece di riportare a casa il guadagno, dona tutto ai poveri e fa a cambio di vesti con un mendicante... e si mette a chiedere l'elemosina. Il padre non capisce i sogni di questo ragazzo, che mosso dall'amore per il Signore comincia a guardare tutto da altre prospettive. Quando il figlio si mette a riparare con le proprie mani (e i fondi paterni) la chiesetta di San Damiano, Pietro lo denuncia al Vescovo di Assisi quale dilapidatore dei beni di famiglia. Allora ha luogo la ben conosciuta scena della svestizione di Francesco, che consegna tutti i propri vestiti e la propria biancheria al padre, sottolineando la filiazione primaria con Dio e la necessità di avere, quali uniche ricchezze, quelle del Padre celeste. 
Francesco sogna una Chiesa che badi all'essenziale, a ciò che è veramente importante. Per questo sposa Madonna Povertà, per essere ripieno solo delle ricchezze di Dio. Nella visione di Francesco è importante condurre le anime a Dio, condividendo l'esperienza del Cristo che per amore si fece povero. Francesco, nato ricco, cerca di riportare l'essenza della povertà evangelica in un mondo in cui il divario tra ricchi e poveri è immenso e non di rado si percepisce anche nella stessa Chiesa. Francesco si fa mano tesa verso quegli ultimi a cui nessuno pensa più e che sono diventati lo scarto della società, come accade ai lebbrosi. La sua stessa vita diventa una testimonianza che scatena opinioni diverse, ma che costringe a interrogarsi, nel profondo su ciò che vuol dire essere cristiano.
«Francesco apparve in un momento particolarmente difficile per la vita della Chiesa, travagliata da continue crisi provocate dal sorgere di movimenti di riforma ereticali e lotte di natura politica, in cui il papato era allora uno dei massimi protagonisti. In un ambiente corrotto da ecclesiastici indegni e dalle violenze della società feudale, egli non prese alcuna posizione critica, né aspirò al ruolo di riformatore dei costumi morali della Chiesa, ma ad essa si rivolse sempre con animo di figlio devoto e obbediente. Rendendosi interprete di sentimenti diffusi nel suo tempo, prese a predicare la pace, l'uguaglianza fra gli uomini, il distacco dalle ricchezze e la dignità della povertà, l'amore per tutte le creature di Dio e al disopra di ogni cosa, la venuta del regno di Dio» [1]. 
L'impegno per la pace diventa anche ecumenismo, ma non l'ecumenismo delle armi, conosciuto a quei tempi, ma l'ecumenismo dell'amore, dell'annuncio del Vangelo. I francescani diventano missionari, alcuni perdono subito la vita; lo stesso Francesco varcherà i confini dell'Italia.
I sogni di Francesco mettono a soqquadro le basi di partenza della sua vita: cavaliere, figlio di buona famiglia. Egli diventerà sì un grande personaggio, ma non secondo le logiche della storia umana.

Un filo rosso nella vita del santo

Qual è dunque il filo rosso che lega pace, creato, creatura, in Francesco? È l'amore, è Dio stesso, in sintesi. 
«Anche i luoghi sacri alla contemplazione di Francesco, la Verna e Greccio, spaziano su tutta la creazione, sono luoghi dai quali Francesco non guarda soltanto Dio, ma rimane legato anche a tutta l’umanità che sulle pendici del monte o nella vallata lavora. Francesco non si separa mai dagli uomini. Quale rapporto vive con loro? 
C’è una frase sola, […] nel Testamento, ma è così bella che vale la pena di leggerla. Dice il rapporto di Francesco con tutti gli uomini. Egli vive la sua risposta a Dio e nel rispondere a Dio diviene sacramento di amore per tutta quanta l’umanità, egli diviene colui che è mandato. L’intimità con Dio, l’unione con lui non lo distrae dagli uomini, ma anzi lo fa vivere sempre più intensamente in rapporto con tutti. Salutationem mihi Dominus revelavit ut diceremus: Dominus det tibi pacem […]. Dio suggerisce a san Francesco il rapporto che egli deve stabilire con gli altri uomini ed è un rapporto di umile fraternità, un rapporto di amore: il dono della pace, Pax et bonum, il dono di una concordia. La predicazione di Francesco è soprattutto in questa pace che egli porta. Camminando per le strade egli porta l’amore, egli fa presente in mezzo agli uomini il Cristo, la sua pace. Non ha bisogno di tante parole; saluta. Il saluto implica una comunione di amore, è immediatamente una relazione personale che egli stabile con gli altri […]. Che cos’è questa pace? 
Prima di tutto bisogna ricordare che cos’era la società alla quale era stato mandato Francesco, una società divisa, una società in guerra […]. In fondo la guerra è la condizione normale dell’uomo dopo il peccato […]. Non ci sarà la guerra guerreggiata con le armi, ma ci sarà una guerra economica; non ci sarà una guerra economica e ci sarà una guerra culturale; non ci sarà una guerra culturale e ci sarà una guerra religiosa; non ci sarà una guerra religiosa e ci sarà una guerra razziale […]. Ci sono ancora i peccati in questo mondo? E se ci sono i peccati, c’è la guerra […]; la pace è possibile possederla soltanto personalmente, nella misura in cui i singoli si convertono a Dio. Ed ecco perché san Francesco riceve la rivelazione di Dio. Il saluto che egli porta, ed è il saluto cristiano per eccellenza, prima di tutto non può raggiungere che i singoli, le persone. Francesco ha la rivelazione da Dio di donare la pace, di salutare e di donare agli uomini la pace. È nella sua presenza di fatto che gli uomini si convertono; è nella sua presenza che finalmente gli uomini sono richiamati a Dio e il richiamo a Dio, che è la visione di Francesco che passa, porta anche alle singole anime la pace» [2]. 
Francesco consegna ancora questo messaggio agli uomini del nostro tempo. Insegna loro che anche nel piccolo mondo del quotidiano è possibile essere portatori di pace. Con un saluto buono, sorridente, che sia espressione di benevolenza, di solidarietà, di fraternità cristiana. Con un sorriso che faccia vedere all'altro il volto di Cristo. Volto di amore, di bellezza, di pace.

NOTE

[1] Francesco, il giovane spensierato a cui Dio chiese di riparare la Chiesa, in Famiglia cristiana, 4 ottobre 2016.
[2] Divo Barsotti, San Francesco preghiera vivente, San Paolo, 2008, pp. 316-318. 

lunedì 2 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito


UN ANGELO 
SEGNO DELLA DIGNITÀ UMANA


In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: 
«Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». 
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 
Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
(Mt 18, 1-5; 10) 



Siamo tutti così preziosi agli occhi di Dio da avere accanto a noi un angelo che ci protegge, ci consiglia, ci guida. Per farlo capire agli uomini del suo tempo, Gesù usa il riferimento alla figura del bambino, che nella scala sociale non ha importanza e capacità decisionale, non possiede nessun potere, non gode di nessuna ricchezza personale. Il bambino dipende dai genitori, non esercita diritti. Eppure anche lui, anzi, potremmo dire, proprio lui, è talmente rilevante per il Signore da "meritare" la presenza angelica, cioè quella di una creatura che ha uno strettissimo rapporto con Dio, così profondo e spirituale da poter vedere ogni giorno il volto del Padre. Lo stesso volto che neppure Mosè (cfr. Es 33,20) – pur conversando come un amico, faccia a faccia con l'Altissimo – aveva potuto contemplare liberamente; il volto che nell'Antico Testamento a nessuno era concesso guardare senza morire. 
L'uomo è così importante, nella scala divina delle priorità, da avere accanto qualcuno che pur godendo di un tale privilegio si mette a suo servizio, per volere di Dio stesso. Ciascuno è come un bambino, se rapportato al Signore: creatura piccole, che non può accampare pretese, vantare diritti e possedimenti propri. Eppure il Signore fa dell'uomo un figlio, coerede di Cristo, destinato a entrare nella casa del Padre. Per questo il dono dell'angelo ha una rilevanza speciale: è un aiuto per camminare più speditamente verso la meta ed è anch'esso uno dei parametri per valutare la grandezza dell'uomo agli occhi di Dio. La dignità non si misura con il metro umano. Occorre guardare dalla prospettiva dell'Alto per vederla e comprenderla e anche questo può aiutare nel rapportarsi al proprio fratello non con atteggiamento di superiorità, ma in spirito di solidarietà, nella riconoscenza per quel dono che abbiamo ricevuto: l'angelo custode.


venerdì 25 agosto 2017

Pensieri per lo spirito


IL CRISTIANESIMO 
È PER GENTE CORAGGIOSA
Il rischio di perdere, per trovare


«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
(Mt 19, 21)






Il cristianesimo è una faccenda "seria", per gente coraggiosa: non si può essere cristiani deboli e timorosi, altrimenti il rischio non è di esserlo "a metà", ma di non esserlo affatto. Il cristiano deve "osare", lasciare tutto ciò che gli impedisce di seguire il Cristo, fidandosi di lui, delle sue promesse, delle ricompense per chi decide di vivere veramente alla sua sequela.

Distacco dalle "cose"

Seguire Gesù significa imparare a distaccare il proprio cuore dalle cose, e se a volte questo distacco ci è concesso di viverlo poco per volta, quasi in una sorta di allenamento progressivo, altre volte, come accade al giovane ricco della pagina di Matteo (Mt 16, 19-22), la scelta deve essere immediata e radicale. Non ci si può fermare a pensare solo alla classica dicotomia vocazione religiosa/laicale. Sarebbe fin troppo facile. Al giovane ricco Gesù chiede di superare la Legge, di andare "oltre" essa, per seguire Dio fattosi carne, e dunque il suo comandamento nuovo, quello dell'amore reciproco, dell'amore verso Dio, se stessi e il prossimo.
Tante volte, anche al cristiano di oggi viene chiesto di dare un taglio subitaneo a situazioni, rapporti, stili comportamentali e di vita. Può accadere se egli si adagia un cristianesimo "comodo", in cui si accontenta del "minimo sindacale", mentre Gesù chiede, a chi lo vuole seguire veramente, di non limitarsi a questo, ma di liberare fino in fondo il cuore, per andare al di là dei singoli comandamenti e, come direbbe sant'Agostino, fare sempre e tutto solo per amore, con l'amore di Cristo stesso. Solo in questo modo si apriranno ai nostri occhi le infinite situazioni in cui mettere in pratica la legge dell'amore, anche al di fuori delle occasioni "standardizzate" che già conosciamo, e che pensiamo ci bastino «per avere in eredità la vita eterna» (v. 17).
Ma l'episodio evangelico potrebbe essere anche il paradigma di quelle circostanze in cui al cristiano è chiesto di troncare, senza stare a pensarci troppo, situazioni di comodo che mettono a rischio (o l'hanno già fatto) la propria coerenza cristiana. Quelle in cui si può perdere l'onestà, quelle che sono di danno al proprio prossimo, oppure alla propria integrità morale e affettiva. In questi casi non si può tentennare, occorre rapidità nella decisione, serve il coraggio di saper tagliare i ponti con tutto ciò che rende l'uomo non solo meno cristiano, ma, di fondo, meno umano, meno solidale con ciò che la stessa natura umana (la propria e quella degli altri) è e richiede. Insomma, il distacco "coraggioso" che Gesù domanda a chi vuole seguirlo, non è solo quello dalle cose, ma in realtà, da se stessi. Le cose, in fin dei conti, ci piacciono e ci tengono avvinghiati ad esse perché pensiamo ci procurino un qualche bene, soddisfino un nostro bisogno, plachino i nostri desideri.  Siamo attaccati a noi stessi e per questo siamo attaccati alle cose. Diamo loro il potere di "sfamarci".

Perdere per trovare 

«Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Lc 9, 24). 
La chiave per superare l'ostacolo in cui il nostro cuore si incaglia è proprio in queste parole. Se il cristiano si "attacca" realmente a Gesù,  riuscirà (poco per volta, o radicalmente) a staccarsi da se stesso e quindi anche dalle cose. Saprà che il Padre è un Dio provvidente, che pensa ai bisogni dell'uomo (come Gesù sottolinea in Mt 6, 19-34, invitando i discepoli a non preoccuparsi per le necessità materiali) e capirà che l'unica cosa che conta è accumulare tesori in cielo, dove la ricompensa del Padre sarà inimmaginabile, stabile, indistruttibile (Mt 6,19-20), per chi avrà veramente seguito suo Figlio. Gesù lo dice a Pietro: «cento volte tanto e la vita eterna» (Mt 19,29).

Ogni momento è buono per il bene

Come si segue Gesù? Solo pregando, partecipando all'Eucaristia? No, solo questo non basta. Gesù, al dottore della Legge che lo interroga sul comandamento più grande" (cfr. Mt 22,36) risponde indicandone due: amare Dio con tutto se stessi, amare il prossimo come se stessi. L'amore del prossimo passa attraverso ciò che io posso fare per lui: non solo preghiera, ma anche azioni concrete. Se amo me stesso al punto di capire che Dio è il mio unico vero bene, allora non posso non voler portare Dio agli altri, attraverso ogni forma di bene nei suoi confronti: preghiera, vicinanza, aiuto.
La parabola dei lavoratori presi a giornata (Mt 20, 1-16), riletta in chiave "feriale", non solo con riferimento alla vita eterna, sottolinea proprio come non sia mai troppo tardi per lavorare nella vigna del Signore. In questo lavorare c'è, appunto, la preghiera, ma c'è anche l'azione: c'è il lavoro del bene "a giornata" e c'è quello "dell'ultima ora". L'importante è rispondere generosamente alla chiamata del Signore, in qualunque momento essa arrivi. È la vita quotidiana che ci pone dinanzi a questa necessità, nella sua alternanza di giornate in cui siamo chiamati a renderci presenza amorosa per il nostro prossimo in maniera continua e quella in cui solo in determinati momenti suona la richiesta di una gentilezza, di un aiuto, di una parola di conforto. Il coraggio del cristiano è forse più evidente proprio quando il campanello della chiamata suona quando meno ce lo si aspetta, quando si è impegnati in cose apparentemente più importanti, quando si è distratto o svogliati, quando si sta vivendo un momento di apatia o di tristezza. È lì che si riconosce il cristiano forte, coraggioso, che nonostante tutto si rimbocca le maniche e accetta di lavorare, di essere l'operaio nella vigna del Signore. Anche quello dell'ultima ora, dell'ultimo momento. Perché ogni momento è importante per fare il bene, ogni momento è importante per amare di più. Ogni momento del nostro oggi determina l'eternità del nostro domani. 



venerdì 11 agosto 2017

Pensieri per lo spirito

I SEMI DA PIANTARE OGNI GIORNO
Perdere la vita per salvarla



Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; 
se invece muore, produce molto frutto. 
 Chi ama la propria vita, la perde 
e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 
(Gv 12, 24-25)

Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, 
ma perderà la propria vita? 
O che cosa un uomo potrà dare in cambio 
della propria vita? (Mt 16, 25-26)




La liturgia di agosto ci invita a riflettere per due giorni consecutivi sul tema della vita: una vita che può essere persa o guadagnata; amata nel modo giusto o in quello sbagliato; barattata per beni transitori oppure cercata e invocata al posto di ciò che non dura. La parola di Gesù è chiara: non siamo chiamati a essere seme gettato nella spazzatura, scartato come inutile o lasciato seccare all'aria. No, per noi Dio ha pensato ad altro, a essere cioè seme che, nel sacrificio di se stesso una volta interrato, diventa vita, produce frutto, un frutto che sarà, a sua volta, nutrimento ed esistenza per altri. 
L'immagine della sepoltura del seme rimanda a quella della sepoltura nella morte di Cristo che per il cristiano si attua «per mezzo del battesimo», come scrive san Paolo nella sua lettera ai Romani (Rm 6,4). Una sepoltura che implica il rinnegare ogni giorno il peccato per rimanere in quella vita nuova a cui si è stati chiamati, in attesa della personale risurrezione. Ma questa risurrezione si costruisce giorno dopo giorno, attraverso una serie di sepolture nella sepoltura, sepolture feriali che danno senso, vigore al proprio essere immersi nella morte di Cristo, generatrice di vita.
La scelta radicale per il Vangelo – la scelta radicale per Gesù – si manifesta anche in queste "morti quotidiane", sepolture del seme di ogni giorno, affinché proprio ogni giorno si produca frutto, la vita stessa sia vittoriosa e il guadagno parziale del quotidiano si accumuli per un guadagno finale, definitivo, eterno. Se si riuscisse a vivere pensando in questi termini alle rinunce che la vita ci chiede, ai piccoli e grandi sacrifici, ai gesti di amore che a volte ci sottraggono qualcosa, la nostra stessa esistenza cambierebbe. Sentirsi seme che muore è infatti sentirsi seme che vive, che si tramuta in qualcosa di più bello e più utile rispetto al seme stesso, che è solo l'inizio di una lunga avventura, di una catena di generazioni, una staffetta in cui il seme dà vita a frutti, e i frutti ad altri semi, e così in un ciclo lunghissimo, è possibile che la vita continui, bella, piena e... fruttuosa. 
Ogni giorno, dunque, abbiamo tra le nostri mani semi da piantare, mille occasioni dall'aspetto forse dimesso, quasi banale, ma che non vanno sprecate. Sono i semi da interrare, con generosità, in lungo e in largo sul terreno delle nostre 24 ore, sul campo dei incontri che richiedono il nostro tempo e la nostra generosità; nel giardino degli imprevisti e degli inconvenienti che implorano la nostra pazienza; nell'orto della famiglia che invoca attenzione, premura, sensibilità, sopportazione. Non è in gioco solo la nostra vita, ma anche quella degli altri. Solo se riusciremo a intravedere la vita oltre la morte saremo in grado di donare con gioia, nella certezza che il Dio che «ama chi dona con gioia» ricompenserà largamente chi largamente avrà seminato (cfr. 2Cor 9, 6-7), come ha fatto con il Figlio Unigenito, il seme vivente che ha dato la vita per la salvezza del mondo, per la vita di ogni uomo.