mercoledì 21 febbraio 2018

Pensieri per lo spirito

QUARESIMA,
TEMPO DI LIBERTÀ




«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32)




Il tempo di Quaresima è tempo penitenziale, in cui il cristiano è invitato al pentimento e alla conversione, attraverso una serie di strumenti quali la preghiera, l'elemosina e il digiuno. Sono giorni che ci rammentano la nostra dimensione di fragilità, di debolezza, di decadenza e di facile tentabilità. In questo periodo cerchiamo di privarci di ciò che ci distoglie dal Signore e dai fratelli proprio per fortificarci nello spirito e nella carne, quella carne che spesso non è pronta a resistere alla seduzione del male (cfr. Mt 26,41) e con molta leggerezza è invece immediatamente capace di abbracciare l'affascinante proposta del proibito, sotto qualunque forma ci si presenti (cfr. Rm 7, 18-19).
Ma, proprio per questo, dovremmo guardare alla Quaresima anche come al tempo in cui fare memoria di uno dei doni più grandi che Dio ci ha fatto: la libertà, il segno concreto di un amore disinteressato da parte sua per l'uomo. Un amore così vero che non vuole essere costrizione, che non pretende la finzione di un senso unico obbligatorio, ma lascia la creatura libera di vivere e di scegliere.
Eppure, non sempre l'uomo comprende questo meccanismo divino. Ci si chiede il perché della libertà umana, dato che Dio sa fin da principio che l'umanità avrebbe peccato in passato e pecca nell'oggi e continuerà a peccare in futuro. Tante volte poi, anche nelle relazioni umane si vorrebbe che l'altro ci amasse quasi per forza, perché noi lo vogliamo, perché noi lo amiamo e pretendiamo proprio per questo che ci ami, perché altrimenti non riusciremo a essere felici. Il problema sta proprio qui: nella pretesa di raggiungere la felicità pretendendo l'amore, mentre, e alla lunga lo si scopre, un sentimento obbligato non porta alla gioia piena, non realizza davvero le nostre aspettative, dato che ogni forzatura è una storpiatura dell'amore e perde ciò che rende l'amore stesso veramente speciale, unico, e anche... gratificante. Se qualcuno ci ama perché pensa di doverlo fare per le più svariate ragioni (gratitudine, desiderio di soldi, voglia di colmare un vuoto di solitudine), prima o poi si percepirà questa forzatura, capiremo che manca la spontaneità nell'amore, e che, anzi, quello che ci viene dato, in verità, non è affatto amore, ma una pseudo-forma di esso, che si può chiamare senso di riconoscenza, senso del dovere, desiderio di potere, di denaro, egoismo... e quanto altro si possa dire. È pur vero che in sentimenti come la riconoscenza e il rispetto dei propri obblighi si cela una forma di amore, ma non tutto l'amore, quello con la a maiuscola. 
Questo perché la bellezza dell'amore ricambiato sta in quello straordinario miracolo per cui una persona, che noi riteniamo speciale e piena di bellezza (dentro e fuori), che diventa l'aspirazione massima del nostro amare, quasi una sorta di perfezione verso cui tendere, volontariamente decide di guardarci con questi stessi occhi di ammirazione, stupore, contemplazione e di donarsi a noi in maniera piena, totale ed esclusiva. È l'esperienza degli innamorati, in cui il rapporto affettivo si sviluppa in maniera totalmente libera, e totalmente libera è anche la decisione di condurre sempre avanti questo rapporto nel matrimonio, fatto di alti e bassi, ma sempre permeato da quella volontà di amare in maniera spontanea, riconoscendo la grandezza di ciò che l'altro rappresenta, perdonandolo dunque, anche per le piccole o grandi mancanze, che fanno parte del percorso di ogni essere umano. E questo in nome di quell'alleanza stipulata il giorno delle nozze, nella consapevolezza che la vita non è strada in discesa, ma molto spesso in salita. 
In questa alleanza è proprio la libertà che fa sì che l'amore non sia mai scontato e che lo rende, nel senso migliore del termine, l'avventura più straordinaria della vita, anzi, il nocciolo della vita stessa. E questo vale, allora, anche nei rapporti tra Dio e l'uomo.
Se Egli ci avesse creato senza libertà, saremmo come pesci rinchiusi in un acquario: esenti dal pericolo imminente dei predatori, forniti ogni giorno di acqua pulita e di cibo, magari circondati da qualche altro innocuo pesciolino e da un paio di pianticelle. Ma saremmo costretti a passare il resto dei nostri giorni in uno spazio angusto rispetto all'immensità delle acque libere; non proveremmo l'ebrezza della natura reale, non incontremmo altri all'infuori di quelli che già condividono con noi il nostro spazio ristretto. Non saremmo, in poche parole, veramente felici. Questa non sarebbe una vita reale, e quello che riceveremmo da colui che ci ha posti nell'acquario non sarebbe vero amore, ma possesso, egoismo, incomprensione, una forma di iperprotezione che invece di farci sperimentare la vita, ci uccide dentro, negandoci la vastità di orrizonti che la vita può riservare. L'alleanza di Dio con l'uomo si esprime invece nell'amore reale, ecco il perché del dono della libertà: siamo liberi di assaporare la vita in tutte le sue sfaccettature, anche in quelle non gradite a Lui, proprio perché Egli non vuole che la creatura viva una vita finta, ma quella vera, in cui, si può cadere e farsi male, incappare in pericoli e predatori, farsi ammaliare dalle sirene di molte vanità, ma pur sbagliando, pur venendo feriti e accecati, la libertà ci consente di tornare a Lui, di tener fede a quel patto di alleanza reciproca, per essere risanati dal suo amore, risollevati dalla sua misericordia, illuminati dalla sua Grazia.
In questa esperienza di ritorno a Dio, di conoscenza della Verità, l'uomo percepisce allora la bellezza della libertà per il bene, e dovrebbe ringraziare per questo dono che non  toglie la vita, ma attraverso la vita stessa permette di arrivare alla vita vera, e rende capaci di godere, secondo il cuore di Dio e non il proprio, delle tante, straordinarie bellezze e bontà che questa esistenza riserva ogni giorno a coloro che Lo amano. 

giovedì 8 febbraio 2018

Pensieri per lo spirito

«DAL DI DENTRO ESCONO 
I PROPOSITI DI MALE»
La medicina per il "cuore"



 [Gesù] «diceva: "Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo"». (Mc 7, 20-23)






Il cuore... buono o cattivo?

Il Vangelo è esigente. Gesù lo è. Essere cristiani lo richiede. E quando Cristo parla del cuore dell'uomo non ci invita ad accontentarci di una spiegazione banale, ma ci spinge a ragionare con attenzione su ciò che siamo veramente.
Gesù non dipinge il cuore umano in tinte pastello, al contrario usa toni forti, cromatismi accesi, quasi con pennellate grossolane che albergano ruvidamente sulla tela e ci fanno sentire a disagio nel guardare il risultato finale.
Perché l'essere umano è convinto (molto spesso) che dire cuore significhi parlare di romanticismo e tenerezza, di affettuosità e delicatezze, di attitudini gentili e generose. Che il cuore, in sintesi, possa essere foriero solo di cose buone e belle, gradevoli, interessanti, gioiose, come un dipinto dai colori sfumati e dalle luci soffuse.
Invece no, qui la Parola ci contraddice, facendo una disamina del cuore umano molto più onesta e realista di quella che noi stessi siamo soliti fare. Noi siamo abili nel camuffare il brutto sotto le vesti dell'accattivante, del piacevole, del soddisfacente. Così l'egoismo lo tramutiamo in amore verso noi stessi, la superbia in autostima, l'invidia nella risposta sacrosanta a un torto subito, la sensualità smodata in esigenza naturale, e via dicendo. Invece il Vangelo mette nero su bianco che proprio dal cuore – cioè da quello che nel linguaggio della Bibbia è il centro della persona, il simbolo della persona stessa nella sua interezza – provengono tanto i desideri cattivi quanto quelli buoni. 
Non ci sono mezze misure: è dall'insieme di ciò che siamo (anima-corpo /materia-spirito /peccatori-in ricerca di santità) che fuoriescono tanto l'amore quanto l'odio, tanto la generosità quanto l'avarizia, tanto la solidarietà quanto la chiusura, tanto la difesa della vita quanto la volontà di morte. Il cuore è come il mare in cui si raccolgono le acque di tutti i fiumi che ci attraversano: la ragione, gli impulsi, gli istinti, i sentimenti buoni e cattivi, la riflessione, i moti quasi inconsapevoli e quelli invece più calcolati e voluti.
Nel nostro cuore avviene una lotta continua tra il bene e il male, tra il giusto e l'ingiusto, tra ciò che vorremmo diventare e ciò che invece sentiamo di essere nella nostra natura impastata di carne tentabile, facile alla caduta, al compromesso, all'accontentarsi della scelta più mediocre, che soddisfa solo sul momento.
È come se in quel centro vitale del nostro essere biologico e spirituale si combattesse quotidianamente una battaglia proprio per la vita o la morte. 
Guai se quella battaglia vedesse vincere la morte. Allora dal cuore uscirebbero i pensieri cattivi; le parole astiose e calunniose; i gesti volgari, senza pazienza e senza dolcezza; le decisioni egoistiche che seminano distruzione nella vita degli altri; le strategie che uccidono nel corpo e nello spirito colui che ci sta di fronte. 

Gesù è la medicina per il cuore

Il problema non è, infatti, la lotta. La lotta fa parte della vita stessa. Il nostro corpo ce lo dimostra, nella sua affannosa resistenza biologica a ciò che quotidianamente lo attacca; nella sua necessità di sfamarsi e dissetarsi a volte oltre la reale necessità, per il semplice desiderio di farlo; nell'impellenza dell'alternanza tra sonno e veglia, attività e riposo.
No, il problema è "chi" facciamo vincere in questa battaglia, in questo continuo duello tra il bene che vorremmo fare e il male che non vorremmo compiere (cfr. Rm 7, 19).
San Paolo lo dice a chiare lettere: 

«Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mia ragione, servo la legge di Dio, con la mia carne invece la legge del peccato». (Rm 7, 21-25).

Anche Gesù è stato tentato, e proprio perché ha sempre obbedito a Dio piegando consensualmente la propria volontà a quella del Padre, Egli può diventare la "medicina" del nostro cuore.
Così anche noi, pur se la nostra carne "tende" al peccato, possiamo vincerla con la "ragione", con la volontà ferrea di voler seguire Dio. È la fede non fatta solo di sentimentalismo del momento, ma "applicata" con intelligenza nel quotidiano che rende vittoriosi i propositi di bene nella lotta ingaggiata nel nostro cuore, cioè nella nostra persona. Quando Gesù è tentato dal diavolo nel deserto (cfr. Mt 4, 1-11) non vive quel momento con la semplice emotività, ma con intelligenza. Alle proposte allettanti del demonio, Gesù controbatte con risposte sagge, ragionevoli, basate sulla conoscenza della Scrittura, frutto di un amore per il Padre lungamente coltivato. Risposte così "matematicamente" inattaccabili che la volontà del Cristo rimane ferma nel voler seguire la Legge di Dio, e il demonio non può che allontanarsi, sconfitto, dopo aver proposto ogni sorta di bene materiale al Figlio di Dio fattosi uomo. Gesù non risponde con rabbia e non abbraccia il fascino della tentazione. Il suo cuore rimane «mite e umile» (Mt 11,29), così come Egli stesso lo definisce, ed è questa la chiave della vittoria dei propositi di bene su quelli di male. L'umiltà ci rende consapevoli dei limiti della nostra fragile natura umana,  vigilanti contro gli assalti della tentazione, e ci sprona a confidare più in Dio che in noi stessi. 

«La mitezza è un atteggiamento del cuore che ci dona la padronanza assoluta di noi stessi nelle difficoltà, nelle prove e nelle sofferenze della vita. La mitezza non conosce la collera e la violenza, ci aiuta a dominare tutte le manifestazioni dell’orgoglio: lo sdegno, la collera, lo spirito di gelosia o di vendetta, la tentazione di imporsi agli altri e di dominare gli altri» [1].

Sta a noi dunque scegliere se essere buoni o cattivi, se alimentare propositi di bene  o di male. L'uomo non è in balia di forze oscure che lo dominano. Egli può, così come Gesù, riuscire ad allontanare il male che vorrebbe prevaricare, e trovare in fondo al proprio cuore – nel nucleo più profondo di sé – la presenza di Dio, la presenza dell'Amore che sconfigge le tenebre del peccato, del male e della morte.



[1] Tonia Abbattista, Il frutto dello Spirito è la mitezza, Sito internet ufficiale su Luisa Piccareta

mercoledì 31 gennaio 2018

Solennità di Don Bosco

BASTAVA STAR VICINO 
A DON BOSCO...




La Famiglia Salesiana quest'anno è invitata a riflettere sul tema «Casa per molti, madre per tutti #nessuno escluso». È un argomento che riporta dritto al cuore dell'esperienza di don Bosco, che fin da giovanissimo sperimenta la necessità di contribuire a creare una Chiesa che abbia il sapore e l'aspetto di "famiglia": accogliente, educativa, ospitale. Chi incontrò don Bosco ne fece esperienza, dentro e fuori l'Oratorio.




PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO

O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre
e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare
 Gesù Sacramentato,
Maria Ausiliatrice
e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. 

Amen.


Dalle Memorie Biografiche (MB IV, 676-677)

Un vantaggio grande recava a questi e ad altri professori, specialmente se preti, anche il solo trattenersi sovente con D. Bosco. Senza che quasi se ne avvedessero, smettevano un fare alquanto secolaresco, divenivano più esatti nella vita spirituale, sapevano vincere le bizzarrie dei loro naturali. Il contegno di D. Bosco e la sua prudente parola sortivano sempre questi consolanti effetti. Noi potremmo recarne molti fatti in prova, ma ci contenteremo di esporre ciò che a noi raccontava il Prof. Francesia. 


«Ho conosciuto un bravo e buon professore che era sacerdote, e come si accostumava tanti anni fa, invece che colla veste talare andava in curtis, cioè vestiva un abito che giungeva appena alle ginocchia. I preti amanti della regola lo portavano lungo sino a metà delle tibie. Bastò che D. Bosco entrasse in relazione con quel professore, che subito, senza che alcuno gliene facesse parola, allungò le falde dell'abito, e d'anno in anno fino ai piedi, da non lasciare alcuna differenza tra lui e chi portava la veste ecclesiastica. Il medesimo aveva un carattere così impetuoso, che in certi giorni, malgrado gli sforzi che egli si faceva, era anche di molestia a que' di casa. Allora guai ad urtarlo, guai a contraddirlo. Un dì mi trovavo presso di lui mentre stava per prendere il caffè. La sorella si era dimenticata di portare il cucchiaino; ma egli invece di fare un finimondo, secondo il solito, si volse a lei con aria sorridente, e facendo conca della mano le disse: - E quell'arnese pel zucchero? - Ciò fece con tale garbo e novità che la sorella, dopo averlo servito, mi disse segretamente: - Veda; effetto della frequenza con D. Bosco! Se quanto mi avvenne stamattina fosse capitato alcun tempo fa, per oggi non sarebbe più comparso il sole. Adesso invece è tutt'altro! Scherza che è un piacere e noi si vive in pace!». 

martedì 30 gennaio 2018

Triduo a san Giovanni Bosco 2018 /3

IN FAMIGLIA SI AMA E SI EDUCA
L'esperienza dell'Oratorio




La Famiglia Salesiana quest'anno è invitata a riflettere sul tema «Casa per molti, madre per tutti #nessuno escluso». È un argomento che riporta dritto al cuore dell'esperienza di don Bosco, che fin da giovanissimo sperimenta la necessità di contribuire a creare una Chiesa che abbia il sapore e l'aspetto di "famiglia": accogliente, educativa, ospitale. Sarà questo lo spirito che regnerà nelle "case" salesiane.




PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO

O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre
e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare
 Gesù Sacramentato,
Maria Ausiliatrice
e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. 

Amen.



«Se a don Bosco avessero chiesto una breve descrizione pratica del ruolo dell'educatore, egli lo avrebbe comparato al lavoro che i buoni genitori cristiani svolgono nell'educare i propri figli. E ciò perché, sul piano delle idee e di conseguenza su quello ambientale, egli basava il proprio metodo educativo su quel tipo di rapporto affettivo che si poteva trovare in una buona famiglia. Questo in breve descrive il modo in cui don Bosco si relazionava coi giovani, non importa in quale situazione essi si trovassero. In effetti, le parole chiave "operative" del metodo erano familiarità, affetto e fiducia» [1].
A livello pratico, le idee di don Bosco si tradussero nell'esperienza "salesiana" in vari modi, a partire dal nome degli stessi edifici che ospitarono (e ospitano) le varie comunità e i ragazzi. Giovanni non volle altro che la parola case per definirle.  Non si trattava di un termine volto solo a identificare la struttura "materiale", ma soprattutto a tracciare immediatamente un profilo di quella "immateriale". Tutte le persone che vivevano all'interno delle case dovevano vivere in spirito di famiglia, come in una famiglia. Questo valeva nei rapporti tra superiore e inferiore, fondato più su un rapporto di paternità/figliolanza che solo su un sistema gerarchico, burocratico, istituzionale: «un superiore deve esser padre, medico e giudice, ma pronto a sopportare e a dimenticare»[2]. E poi l'educatore era un padre per il giovane che entrava nella casa dell'Oratorio e il giovane era per il primo come un figlio. Quando il futuro don Cagliero espresse al santo il desiderio di entrare all'Oratorio, don Bosco disse alla madre del ragazzo: «Domani verrà con me ed io gli farò da padre» [3].
Non va dimenticato che i pilastri del sistema educativo erano infatti ragione, religione e amorevolezza. Dunque, da un lato, l'aspetto dell'autorità genitoriale, ma dall'altro anche la cura amorevole dei figli. «Il "modello familiare" non era l'unico che don Bosco avesse a disposizione dalla tradizione per descrivere la comunità educativa, ma evidentemente lo considerava il più adatto. Secondo il suo modo di pensare, essendo la famiglia la prima comunità educativa e il luogo naturale dell'educazione del bambino, la comunità educativa doveva riprodurre idealmente e in forma ottimale l'ambiente familiare» [4]. 
Nel saper creare casa e famiglia non c'è, dunque, soltanto un aspetto affettivo o semplicemente relazionale che diventa importante. Dove si fa casa, dove si fa famiglia, automaticamente è implicato sempre e comunque un aspetto educativo. Nella familiarità fondata sull'amorevolezza e sull'apertura reciproca, infatti, normalmente scatta anche il desiderio di prendere il buono dell'altro, di imitarlo nel bene, di correggersi dai propri difetti. Così come scatta il desiderio di donare all'altro il meglio di sé, della propria esperienza, del proprio sapere e anche la voglia di rendere l'altro consapevole dei suoi talenti, per utilizzarli al massimo.  
Ecco dunque il grande potere della famiglia, in cui non solo si ama, ma si educa; in cui non solo si cresce, ma si fa crescere; in cui si cammina insieme per portare frutti sempre più maturi.  

NOTE

[1] Arthur J. Lenti, Don Bosco: storia e spirito.  1. Dai Becchi alla Casa dell'Oratorio (1815-1858), LAS, 2017, p. 530.
[2] MB VII, 509.
[3] MB IV, 290.
[4] Arthur J. Lenti, Cit., p. 533.

lunedì 29 gennaio 2018

Triduo a san Giovanni Bosco 2018 /2

COME UN FIORE PIANTATO
NELLO STESSO GIARDINO




La Famiglia Salesiana quest'anno è invitata a riflettere sul tema «Casa per molti, madre per tutti #nessuno escluso». È un argomento che riporta dritto al cuore dell'esperienza di don Bosco, che fin da giovanissimo sperimenta la necessità di contribuire a creare una Chiesa che abbia il sapore e l'aspetto di "famiglia": accogliente, educativa, ospitale. E don Bosco ha imparato, innanzitutto dalle persone che sono state accanto a lui, a creare "famiglia", ma anche dalle vicende della vita, che sempre più gli hanno fatto comprendere la necessità di creare un ambiente familiare per i suoi ragazzi.




PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO

O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre
e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare
 Gesù Sacramentato,
Maria Ausiliatrice
e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. 

Amen.


C'è un momento, nella vita di don Bosco, che acquista un peso importante per la futura decisione del santo di creare un ambiente familiare per i suoi ragazzi. Lo descrive lo stesso Giovanni, nelle Memorie dell'oratorio. I fatti si svolgono dopo la morte di don Calosso, il prete che lo aveva accolto come un figlio e lo aveva aiutato negli studi. Un sacerdote anziano, che aveva in realtà pensato a provvedere a Giovanni anche qualora fosse venuto a mancare. Il ragazzo, però, non aveva voluto approfittare di questa situazione e, morto don Calosso, aveva rinunciato ai soldi, per darli ai legittimi eredi.  La perdita di questo amico e maestro era stata un duro colpo per Giovanni, che finalmente sembrava aver trovato qualcuno che si prendesse cura di lui nel momento del maggior bisogno, che avesse a cuore i suoi grandi sogni di ragazzo desideroso di farsi prete, di studiare e di progredire sulla via della santità. 
Don Bosco si fa triste, pensa che non riuscirà a tradurre in realtà la sua grande aspirazione. In questo momento, però, prende coscienza di un aspetto dell'essere prete che diventerà poi una delle pietre miliari del suo sistema preventivo: la capacità di essere amico dei giovani.
Scriverà nelle Memorie: «Mi preoccupava, intanto, il pensiero degli studi. Cosa fare per continuarli? C'erano molti bravi preti che lavoravano per il bene della gente, ma non riuscivo a diventare amico di nessuno. Mi capitava sovente di incontrare per strada il parroco e il viceparroco. Li salutavo da lontano, mi avvicinavo con gentilezza, ma loro ricambiavano soltanto il mio saluto, e continuavano la loro strada. Più volte, amareggiato fino alle lacrime, dicevo: 
- Se io fossi prete, non mi comporterei così. Cercherei di avvicinarmi ai ragazzi, darei loro buoni consigli, direi buone parole» [1].
In don Bosco sta nascendo l'idea di una relazione familiare che il sacerdote deve instaurare con i giovani. Un'idea che poi avrà modo di maturare nel corso del tempo e delle successive esperienze. Sarà questa idea che tornerà ad affacciarsi alla sua mente quando, ormai giovane prete, con don Cafasso visse l'esperienza delle visite ai carcerati, in cui erano detenuti molti ragazzi tra i 12 e i 18 anni, molti dei quali, una volta usciti, ritornavano a delinquere. Don Bosco scriverà: «Cercai di capire la causa, e conclusi che molti erano di nuovo arrestati perché si trovavano abbandonati a se stessi. Pensavo: "Questi ragazzi dovrebbero trovare fuori un amico che si prende cura di loro, li assiste, li istruisce, li conduce in chiesa nei giorni di festa. Allora forse non tornerebbero a rovinarsi, o almeno sarebbero ben pochi a tornare in prigione» [2].
Quando nascerà l'oratorio, tra le tante forme in cui questo clima familiare si svilupperà, ci sarà quello delle famose paroline all'orecchio. I ragazzi ne saranno entusiasti, perché questa piccola attenzione farà sentire ciascuno il preferito di don Bosco... oggi, probabilmente, useremmo l'espressione il cocco di papà. Don Bosco avrà tempo per tutti, parole per tutti, occhio vigile per tutti. Quel che conta, quello che don Bosco mette alla base della sua capacità di creare casa e famiglia è l'amore di amicizia, l'attuazione concreta del comando di Gesù: amare dell'amore più grande, dando la vita per i propri amici (cfr. Gv 15, 12-13). Solo offrendo del proprio è possibile essere accoglienti, disponibili, capaci di instaurare relazioni familiari. Solo comprendendo che dare all'altro non è rinunciare, ma condividere e, proprio per questo, moltiplicare, è possibile creare relazioni familiari, capaci di far crescere vicendevolmente, in un dare e ricevere circolare, dove, come in una legge matematica, chi dona non perde mai, anche quando non c'è immediato riscontro, risultato visibilmente tangibile, alla propria operazione d'amoreÈ tutta questione di quel I careMi importa (di te) che fa scattare l'apertura dell'altro se questi si accorge della sincerità delle nostre intenzioni: fare casa è essere amici delle persone con cui vogliamo creare famiglia, e farle sentire importanti per noi, degne del nostro tempo, del nostro interesse, dei nostri consigli. È far comprendere loro che nessuno è sprecato, che ciascuno ha del potenziale, dei talenti da mettere a frutto. I Salesiani sono nati assieme ai ragazzi dell'oratorio, non ciascuno singolarmente. Perché fare famiglia è, in un certo senso, nascere e portare frutto assieme, come fiori piantati nello stesso giardino.


[1] Giovanni Bosco, Memorie, trascrizione in lingua corrente a cura di Teresio Bosco, Elledici, 1986, p. 31).
[2] Ibidem, p. 103.