giovedì 19 aprile 2018

Pensieri per lo spirito

ATTIRATI DA DIO





In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». (Gv 6, 44-51)



Innamorarsi è sempre un essere vicendevolmente attirati. A volte per un colpo di fulmine, altre volte per un innamoramento lento. In certi casi ci si innamora contemporaneamente, in altri è uno dei due a farlo per primo. Ma l'amarsi richiede, alla fine, una relazione, un incontro, uno scambio, un'attrazione reciproca che determina vicinanza e unità.
Nella storia d'amore tra Dio e il cristiano è sempre il Signore a muovere il primo passo, a fare la prima mossa. È Dio che attira l'altro, perché è Lui che ama per primo, cercando di suscitare la risposta dell'uomo.
L'Antico Testamento risuona della lode al Signore per il suo amore «che è per sempre» (cfr. 1Cr 16,34; Sal 100,5; Ger 33,11), perché Dio non può mai abbandonare l'uomo (cfr. Is 49, 15) che ha amato «di amore eterno», continuando a essergli fedele (cfr. Ger 31,3). 
In Gesù l'amore divino si manifesta in un Dio di carne, umano come noi, tangibile, veramente "concreto" per i nostri occhi abituati a riconoscere (molto spesso) solo ciò che si può vedere realmente. E anche Cristo torna sul discorso dell'attirare: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Se possiamo volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto (Gv 19,37) e glorificato alla destra del Padre è proprio perché Dio per primo ci ha amati (cfr 1Gv 4,19): la nostra capacità di amare (la nostra risposta) deriva proprio da questo saperci e sentirci amati da Lui, sorretti da qualcosa che non abbiamo meritato, ma che ci viene offerto gratuitamente, affinché ne possiamo attingere a piene mani.
«In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10 ).
Riconoscere l'amore di Dio nella propria vita è un primo passo nell'innamoramento dell'uomo nei confronti del Signore. Ma riconoscerlo non basta: chi si innamora deve fare spazio all'altro, permettendogli di intraprendere un cammino a due:

«Per poter essere perfetti, come a Lui piace, abbiamo bisogno di vivere umilmente alla sua presenza, avvolti nella sua gloria; abbiamo bisogno di camminare in unione con Lui riconoscendo il suo amore costante nella nostra vita. Occorre abbandonare la paura di questa presenza che ci può fare solo bene. È il Padre che ci ha dato la vita e ci ama tanto. Una volta che lo accettiamo e smettiamo di pensare la nostra esistenza senza di Lui, scompare l’angoscia della solitudine (cfr Sal 139,7). E se non poniamo più distanze tra noi e Dio e viviamo alla sua presenza, potremo permettergli di esaminare i nostri cuori per vedere se vanno per la retta via (cfr Sal 139,23-24). Così conosceremo la volontà amabile e perfetta del Signore (cfr Rm 12,1-2) e lasceremo che Lui ci plasmi come un vasaio (cfr Is 29,16). Abbiamo detto tante volte che Dio abita in noi, ma è meglio dire che noi abitiamo in Lui, che Egli ci permette di vivere nella sua luce e nel suo amore. Egli è il nostro tempio: "Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita" (Sal 27,4). "È meglio un giorno nei tuoi atri che mille nella mia casa» (Sal 84,11). In Lui veniamo santificati"» (Francesco, Gaudete et exultate, 51).

Diventando uno con Colui che amiamo e che ci ama non rischiamo di perdere noi stessi, ma, al contrario, di potenziarci, di portare al massimo sviluppo ogni talento ricevuto, ogni buona qualità, ogni virtù. 

«Solo a partire dal dono di Dio, liberamente accolto e umilmente ricevuto, possiamo cooperare con i nostri sforzi per lasciarci trasformare sempre di più. La prima cosa è appartenere a Dio. Si tratta di offrirci a Lui che ci anticipa, di offrirgli le nostre capacità, il nostro impegno, la nostra lotta contro il male e la nostra creatività, affinché il suo dono gratuito cresca e si sviluppi in noi: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1). Del resto, la Chiesa ha sempre insegnato che solo la carità rende possibile la crescita nella vita di grazia, perché "se non avessi la carità, non sarei nulla" (1 Cor 13,2)» (Ibidem, 56).

Dio non chiede niente di più di ciò che noi siamo: vinte le resistenze che ci impediscono di donarci, di essere totalmente per l'Altro (proprio come in ogni vero rapporto d'amore deve accadere) saremo allora totalmente di Colui che è Amore. E a nostra volta diventeremo amore per Lui e per gli altri in ogni cosa che faremo, nelle singole e irripetibili circostanze della nostra vita, nelle esperienze quotidiane, nelle apparenti minuzie che affollano le nostre giornate.
Fare Eucaristia, fare Comunione con il Pane Eucaristico che ci chiama, che ci vuole attirare tutti a Sé, non può non portarci al farci eucaristia per gli altri.
E saremo allora anche noi lo strumento, semplice, povero, ma potente, attraverso cui Dio attirerà ancora a Sè quanti potranno sperimentare il suo amore attraverso di noi.

mercoledì 4 aprile 2018

Pensieri per lo spirito

I GESTI CHE CONTANO
Mercoledì dell'ottava di Pasqua




Matias Stomer. Cena in Emmaus (XVII sec.), Napoli, Museo di Capodimonte

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: 
«Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 
Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via 
e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24, 13-35)



Lo riconobbero allo spezzare del pane. Dopo aver parlato a lungo con lui, nel tragitto; dopo essere stati probabilmente scossi dalle sue parole; dopo aver sentito che qualcosa, nei loro cuori, si muoveva all'emozione irrazionale, inspiegabile, apparentemente senza motivo...
Non era dalla sua presenza fisica, dal camminare fianco a fianco, e neppure dalla voce e dalla profondità e chiarezza dei suoi discorsi che i discepoli di Emmaus erano riusciti a comprendere che il "forestiero" accanto a loro era Gesù. Strano, ma vero... loro che forse l'avevano visto tante volte negli ultimi anni e lo avevano ascoltato, marciando con lui durante la predicazione, capiscono solamente al gesto della frazione del pane. Quasi come se attorno alla mensa si fosse creata un'atmosfera diversa, finalmente intima e familiare, di cose forse scontate fino a quel momento, ma trasformatesi in ricordi preziosi, adesso che Gesù non era più con loro e tutto sembrava finito per sempre. E lì, seduti a quel tavolo, al suono della voce del Maestro, allo scroscio croccante del pane e alla sua condivisione, cadde dai loro occhi il velo che impediva di vedere un uomo. Un uomo risorto. 
Stolti e lenti di cuore! Avevano avuto bisogno non di parola, ma di fatti, di gesti, per credere! E questo siamo anche noi: stolti e lenti di cuore, spesso incapaci di fidarci delle sole parole uscite dalla bocca di Dio; deboli nel mettere in pratica quanto ci viene detto dalla Scrittura; sfiduciati circa il compimento delle promesse di vita che Egli ha fatto all'umanità. Gesù questo lo sa, e una volta risorto, pur usando ancora le parole, coi discepoli di Emmaus da queste passa poi ai fatti. Accetta l'invito a fermarsi con i suoi due compagni di cammino, per condividere con loro il pasto serale. È qui che le parole, pur presenti nella preghiera di benedizione, sembrano lasciare spazio ai gesti: prendere il pane, spezzarlo, distribuirlo. Le mani di Gesù diventano la concretezza di cui l'uomo sente la necessità per credere e fidarsi. È vero, la fede chiede di superare la ricerca costante di prove, ma Dio non disdegna di venire incontro all'uomo che vacilla, che è timoroso, abbattuto. Ma se fa questo, chiede poi di non perdere tempo. Infatti, riconosciuto dai discepoli, Gesù scompare, e i due, «senza indugio» si mettono nuovamente in cammino, per annunciare agli Undici e agli altri seguaci di Gesù, la bella notizia della Risurrezione. 
Incontrare il Signore risorto è testimoniarlo nella vita. E non solo a parole, ma anche e soprattutto coi fatti. Perché anche gli altri, stolti e lenti di cuore come noi siamo stati (e siamo ancora!) possano vedere che la fede non è un quadro astratto, ma un'opera concreta, che fa vedere la vita intera sotto un'altra luce, proprio perché fatta di gesti che rispondono ai bisogni di amore dell'altro che ci sta accanto, così come Gesù si è fatto parola, ma anche gesto, per sfamare d'amore ogni uomo.

lunedì 2 aprile 2018

Pensieri per lo spirito

ADORARE
Lunedì dell'Angelo





In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
(Mt 28, 8-10)




Dopo la Risurrezione i piedi di Gesù tornano ancora a occupare una delle prime inquadrature della pagina evangelica. Stavolta non vengono inondati di nardo prezioso, ma dalle braccia delle donne che per prime avevano ricevuto il lieto annuncio. Ecco, esse giungono e vedono finalmente con i loro occhi colui che è passato dalla morte alla vita e come primo gesto, quasi spontaneo e irrefrenabile, fanno qualcosa che oggi ci appare forse strano: cingono i suoi piedi. Eppure strana non è, quest'attenzione così insolita per noi nella sua concretezza, ma anche tanto esuberante, straripante d'amore. E a pensarci bene, noi usiamo tante volte modi di dire che esprimono tutta la nostra devozione, l'amore incondizionato per una persona: sono ai tuoi piedi, mi getto ai tuoi piedi, mi prostro ai tuoi piedi. Qualcosa che rimanda alla schiavitù non come oppressione e schiacciamento della dignità, ma come volontaria e gioiosa sottomissione, una totale donazione nel servizio all'altro, quell'amore per il quale si è pronti anche a dare la vita per colui che si ama. È un amore in cui si riconosce una superiorità dell'altro intesa come il metterlo al primo posto fra le priorità, il fatto che proprio colui che si ama (e nessuno diverso da lui) sia il centro della propria vita. 
E così le donne corse al sepolcro si gettano ai piedi di Gesù, come facevano, nel gesto ospitale e necessario della lavanda, gli schiavi verso i propri padroni, la moglie verso il marito, i figli verso il padre. Un'azione che – lo aveva dimostrato Cristo stesso nel corso dell'Ultima Cena – è il gesto dell'amore che rende liberi e aperti agli altri, dunque il gesto di chi serve per regnare, di chi si inchina volontariamente per essere risollevato da Dio, di chi sembra privarsi della dignità agli occhi del mondo, per ridonare dignità agli altri. 
Il gesto del chinarsi ai piedi è anche quello che aveva fatto la sorella di Lazzaro, per non perdere una sola sillaba pronunciata dal Maestro, di cui tutto, anche le virgole, erano importanti e preziose. Perché stare ai piedi di qualcuno è anche pendere dalle sue labbra, essere consapevoli dell'importanza estrema di ciò che l'altro ha da dire e dice. Così, con il gesto del cingere i piedi del Cristo risorto, le donne stanno nuovamente accogliendo il Signore che è tornato nella loro vita, colui che si era allontanato da casa e ora vi fa ritorno. Lo riconoscono ancora una volta Signore e Maestro, e lo adorano,. Adorare: un verbo che già nella sua etimologia latina e ancor prima nel termine greco impiegato (il verbo  προσκύνησις) rimanda anche al portare alla bocca, al baciare. Ecco, esse cingono i piedi di Gesù e, probabilmente, li baciano, in segno di adorazione. È come assistere a un rito simbolico, con cui le donne attestano la loro fede, dimostrano di rimanere idealmente e fedelmente, ai piedi del Cristo, al suo servizio, in ascolto devoto della sua parola. Portavano gli olii per l'unzione del suo corpo, ma ora i piedi del Cristo non sono più sporchi, ed è dunque con la loro anima, con il loro affetto, con la loro fede, con il loro amore, fatto anche di mani e di baci, che le donne stanno ungendo il Risorto. Ed è così che Gesù vuole essere "unto" e riconosciuto: Signore e Maestro, Dio che si è fatto Carne da toccare, Parola da ascoltare, esempio da imitare, Vangelo da annunciare. Ci si prostra in adorazione dinanzi al Signore per poi farsi risollevare dal suo amore, e con lui, sostenuti dalla sua forza, rimettersi in cammino e dire a tutti che Gesù è il Vivente, il Risorto, la nostra speranza, la nostra Pasqua, il nostro passaggio dalle tenebre alla luce, dalla disperazione alla speranza, dall'incredulità alla fede nel Dio che salva dalla morte. 

domenica 1 aprile 2018

Cibo e Parola

AMARE
Pasqua di Risurrezione



Beato Angelico, Cristo Risorto con le pie donne al sepolcro (1439-1445 c.), Firenze, Museo di S. Marco


Alla vittima pasquale, s’innalzi oggi il sacrificio di lode. 
L’Agnello ha redento il suo gregge, 
 l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre. 
 Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. 
 Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa. 
 «Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?». 
«La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, 
e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. 
 Cristo, mia speranza, è risorto: precede i suoi in Galilea». 
 Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. 
Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi.
(Sequenza pasquale)




La Domenica di Pasqua risuona dell'annuncio gioioso della Maddalena: Cristo è risorto! L'Agnello Pasquale ha sconfitto la morte! Come gli Ebrei passarono attraverso il Mar Rosso dalla schiavitù alla libertà così Cristo è passato dalla morte alla vita. 
È una Liturgia che parla di amore: quello con cui Gesù di Nazaret è vissuto sulla terra, «beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10, 38) e quello con cui Dio Padre «lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At 10, 40-41). Gente semplice, gli apostoli, che dopo aver alternato entusiasmo e delusione, saranno infine ricolmati di Spirito Santo (ricolmati di amore) e chiamati a portare la buona novella a tutto il mondo. È la bella notizia è questa: Dio è amore, Dio ama, Dio è il Dio della vita. 
Sembra un luogo comune quello che afferma che «l'amore muove il mondo», ma il messaggio rivelato dalla Pasqua è esattamente questo. L'amore rivoluziona la vita e non solo: scombussola addirittura la morte, stravolgendo gli schemi logici della biologia. Un uomo, un Uomo-Dio – Gesù di Nazaret – è vissuto, è morto ed è risorto. Si è incarnato per amore; è vissuto per e con amore; è risorto per il grande amore di un Dio Padre che ha voluto glorificare il Dio Figlio che sempre per amore aveva dato tutta la sua vita. Questa notizia-bomba ha innescato una reazione a catena di cui ancora permangono gli effetti dopo più di 2000 anni.
«L'amore muove il mondo». Tante volte lo si sente dire e poi, magari, troppo poco se ne fa tesoro, non ricordando sempre quale siano la vera energia e il vero motore della vita e, in sintesi, di ogni singolo uomo. Lo si dimentica troppo facilmente, pensando che sì, forse per i grandi santi oppure per i protagonisti dei film succede qualcosa di simile. Ma nella realtà, nella nuda e cruda realtà, davvero questo può accadere?
Può l'amore muovere il mondo dove albergano sofferenza, fragilità, miseria? Tra le difficoltà di chi cade a precipizio negli abissi della fame, della malattia, delle separazioni... l'amore può davvero fare la differenza? 
L'esperienza di molte persone dice che è proprio così, ma occorre avere occhi per riconoscere il grande mosaico dell'amore, la sua forza prorompente e tenace che a volte lavora in sordina, come la goccia che scava la roccia. E non sono solo le grandi storie note ai più, come quella di Madre Teresa di Calcutta, per la quale non c'è bisogno di citare neppure un esempio perché il nome dice già tutto... ma anche piccole storie, conosciute da un ristretto numero di persone. Esperienze di gente ordinaria, diremmo per distinguerla da quella dei film o dai santi, esperienze di gente comune che magari, quando meno te l'aspetti, ti fa toccare con mano che la gioia pasquale esiste, ed è una gioia fatta di amore: quella di sapersi amati da Dio, un Dio che non promette morte, ma vita, e su cui, per questo motivo, vale la pena di scommettere, perché Lui per primo ha scommesso sull'uomo.
Sono le esperienze di chi riesce a rimanere pieno di gioia e a sentirsi addirittura "fortunato" proprio quando sta lottando per la vita. Sono le esperienze di chi non perde neppure nelle circostanze più difficili e dolorose il gusto dell'ironia, il piacere di una chiacchierata, il calore di un abbraccio, la bellezza di un sorriso.
Quando si incontrano persone così è difficile non rimanerne toccati e anche... contagiati. E ci si lascia interrogare, chiedendosi quale sia il segreto che rende possibile vivere a cento all'ora anche quando tutto intorno il mondo sembra crollare, quando poi, in situazioni ben più ordinarie e meno preoccupanti, sia a volte così difficile farsi portare dall'amore. 
La Pasqua, in fondo, rivolge all'uomo la stessa domanda. Gesù ha saputo essere umile e obbediente fino alla morte di Croce, e pur affrontando momenti di scoraggiamento (connaturali a ogni essere umano) il Vangelo ce lo presenta – a saperlo leggere bene – come un uomo entusiasta, carico di vita, di gioia, di affetti. Un uomo che ha amato intensamente vivendo intensamente e che ha vissuto intensamente amando intensamente. Questa pienezza d'amore diventa esplosiva come un fuoco d'artificio già sulla Croce, ma lo è ancor di più nella risurrezione in cui viene illuminato a giorno – illuminato a vita – il cielo plumbeo della morte.
Allora perché mai l'uomo non può muovere il mondo con l'amore? Basta lasciarsi illuminare dall'amore di Cristo e da quello riflesso in tante persone attorno a noi; e così saremo a nostra volta luce, fuoco d'artificio nel cielo della nostra storia, per tutti quelli che incontriamo. Allora la vita sarà movimentata, bella, intensa, piena, a prescindere dalle circostanze. Allora sapremo che la parola fine in realtà non esiste, ma è solo una Pasqua, un passaggio, per l'appunto.


Chiamati alla speranza e Foodtales augurano a tutti i lettori e agli amici una serena Pasqua di Risurrezione, colma della gioia che viene dal Signore vivo e presente in mezzo a noi!



AGNELLO PASQUALE
di Enza, foodblogger su Foodtales

La tradizione cristiana di consumare l'agnello la Domenica di Pasqua si ricollega alla Pasqua ebraica, con riferimento alla notte in cui gli Ebrei, schiavi in Egitto, per comando del Signore non solo mangiarono le carni dell'animale, ma marchiarono le porte delle proprie case con il suo sangue. Attraverso questo segno Dio risparmiò al popolo eletto la piaga della morte dei primogeniti che colpì invece uomini e bestiame tra gli Egiziani.
Gesù è il nuovo e definitivo agnello immolato per la salvezza degli uomini. Non occorrono più sacrifici animali di espiazione per i peccati, perché Cristo ha versato tutto il suo sangue sulla Croce, offrendo la sua vita «in riscatto per molti» (Mt 10. 28).



Ingredienti 

200g farina
100g zucchero
100g burro
2 uova
mezza bustina di lievito per dolci
mezzo bicchierino di cognac
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Separare i tuorli dagli albumi e tenere da parte. Montare con le fruste elettriche il burro e lo zucchero. Aggiungere un tuorlo alla volta, la farina, il cognac, i bianchi montati a neve e per ultimo il lievito.
Ungere bene lo stampino e versare il composto. Infornare per un'ora a 175°.  


sabato 31 marzo 2018

Pensieri per lo spirito

TACERE NELL'ATTESA
Meditazioni per la Settimana Santa




Beato Claudio Granzotto, Cristo morto (1940-41), Vittorio Veneto, Chiesa conventuale di San Francesco



Il silenzio, spesso, fa paura. Forse per un'ancestrale connessione che lo associa alla morte, trasformandolo in un grande punto interrogativo: assenza di vita come la si intende in questa esperienza terrena e incognita sull'oltretomba.
Eppure è contraddittorio, l'uomo, nel suo rapporto col silenzio. Nel chiasso desidera l'assenza di suoni, nel vuoto sonoro ha sete di parole, rumori, presenza. Presenza: ecco il nocciolo della questione! Il troppo rumore sembra distogliere dalla propria stessa presenza, mentre il silenzio è temuto perché è percepito spesso come assenza di un qualcuno, come solitudine, mancanza di calore umano, di affetto e di consolazione, dimensione, quindi, senza speranza e gioia, carente di condivisione. 
Forse i discepoli di Gesù vissero così il silenzio calato sul palcoscenico di Gerusalemme dopo la morte del Maestro: un totale deserto di parole sul futuro; una tabula rasa di tutte le aspettative coltivate fino ad allora; la perdita tangibile dell'amico prediletto che si era reso loro vicino con il suo insegnamento, con il suo modo di essere, col suo fascino che aveva sapore di un mondo mai visto prima.
L'uomo per "sentire" ha bisogno di vedere, toccare, percepire con i sensi l'altro che è accanto. Eppure può capitare che neppure questo basti, e tra due persone presenti nello stesso luogo, magari vicinissime, può calare un silenzio tombale che interrompe ogni comunicazione, che mette a disagio, che crea imbarazzo, addirittura distanza. 
Quante volte, attorno a Gesù, si era fatto silenzio, prima della sua crocifissione! Ma era un silenzio glaciale: quello degli accusatori, quello degli indignati da un uomo che osava fare miracoli in giorno di sabato; quello che, poco tempo prima della sua morte, aveva riempito le pause tra il Cristo interrogato e il Pilato inquisitore. 
Cristo e Pilato: l'esempio perfetto di come anche le parole possano creare silenzio, inteso metaforicamente come distanza incolmabile tra due persone che non riescono a comunicare in profondità. Era già avvenuto nella sala dell'Ultima Cena, quando Gesù aveva anticipato il tradimento di uno dei dodici e nessuno, a parte Giuda, aveva capito nulla; e quella stessa sera il Maestro aveva preannunciato anche il rinnegamento di Pietro e tutto era sembrato concludersi nella vanagloria del presuntuoso apostolo. E così era calato il silenzio sul dramma interiore di un uomo che stava per essere consegnato ai nemici proprio per mano di uno dei suoi, e abbandonato da tutti gli altri.
Non sono, allora, né le parole né i gesti a creare contatto, vita, speranza, ma qualcosa che va oltre. Solo una presenza certa, sicura, che non va e viene a piacimento dell'uomo, può riempire il silenzio e abitare anche nel rumore, e penetrare nel cuore dell'uomo in qualunque circostanza. Solo dove Dio è presente attraverso la certezza del credente che sa che Egli c'è, che è il Vivente, che ama l'uomo e che gli offre la speranza della vita eterna... il silenzio non fa paura. Può essere doloroso e angosciante, come certamente sarà stato sofferto il silenzio del sabato per Maria, la madre di Gesù, ma in esso palpiterà comunque la speranza nelle promesse del Signore. Promesse che si compiranno, perché Egli è fedele e veritiero. 
La fede non abolisce il silenzio, ma lo riempie dell'amore di un Dio che vede, sa, e agirà. Così anche il silenzio acquista un senso: è il tempo dell'attesa, tempo in cui non si possono investigare i piani di Dio, perché solo Lui li conosce e li comprende, ma è proprio per questo il tempo per ricordare che al momento opportuno Signore interviene nella storia dell'uomo e lo libera, come liberò il popolo eletto dalla schiavitù d'Egitto, come libererà Gesù dalla morte, il terzo giorno.