giovedì 19 aprile 2018

Pensieri per lo spirito

ATTIRATI DA DIO





In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». (Gv 6, 44-51)



Innamorarsi è sempre un essere vicendevolmente attirati. A volte per un colpo di fulmine, altre volte per un innamoramento lento. In certi casi ci si innamora contemporaneamente, in altri è uno dei due a farlo per primo. Ma l'amarsi richiede, alla fine, una relazione, un incontro, uno scambio, un'attrazione reciproca che determina vicinanza e unità.
Nella storia d'amore tra Dio e il cristiano è sempre il Signore a muovere il primo passo, a fare la prima mossa. È Dio che attira l'altro, perché è Lui che ama per primo, cercando di suscitare la risposta dell'uomo.
L'Antico Testamento risuona della lode al Signore per il suo amore «che è per sempre» (cfr. 1Cr 16,34; Sal 100,5; Ger 33,11), perché Dio non può mai abbandonare l'uomo (cfr. Is 49, 15) che ha amato «di amore eterno», continuando a essergli fedele (cfr. Ger 31,3). 
In Gesù l'amore divino si manifesta in un Dio di carne, umano come noi, tangibile, veramente "concreto" per i nostri occhi abituati a riconoscere (molto spesso) solo ciò che si può vedere realmente. E anche Cristo torna sul discorso dell'attirare: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Se possiamo volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto (Gv 19,37) e glorificato alla destra del Padre è proprio perché Dio per primo ci ha amati (cfr 1Gv 4,19): la nostra capacità di amare (la nostra risposta) deriva proprio da questo saperci e sentirci amati da Lui, sorretti da qualcosa che non abbiamo meritato, ma che ci viene offerto gratuitamente, affinché ne possiamo attingere a piene mani.
«In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10 ).
Riconoscere l'amore di Dio nella propria vita è un primo passo nell'innamoramento dell'uomo nei confronti del Signore. Ma riconoscerlo non basta: chi si innamora deve fare spazio all'altro, permettendogli di intraprendere un cammino a due:

«Per poter essere perfetti, come a Lui piace, abbiamo bisogno di vivere umilmente alla sua presenza, avvolti nella sua gloria; abbiamo bisogno di camminare in unione con Lui riconoscendo il suo amore costante nella nostra vita. Occorre abbandonare la paura di questa presenza che ci può fare solo bene. È il Padre che ci ha dato la vita e ci ama tanto. Una volta che lo accettiamo e smettiamo di pensare la nostra esistenza senza di Lui, scompare l’angoscia della solitudine (cfr Sal 139,7). E se non poniamo più distanze tra noi e Dio e viviamo alla sua presenza, potremo permettergli di esaminare i nostri cuori per vedere se vanno per la retta via (cfr Sal 139,23-24). Così conosceremo la volontà amabile e perfetta del Signore (cfr Rm 12,1-2) e lasceremo che Lui ci plasmi come un vasaio (cfr Is 29,16). Abbiamo detto tante volte che Dio abita in noi, ma è meglio dire che noi abitiamo in Lui, che Egli ci permette di vivere nella sua luce e nel suo amore. Egli è il nostro tempio: "Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita" (Sal 27,4). "È meglio un giorno nei tuoi atri che mille nella mia casa» (Sal 84,11). In Lui veniamo santificati"» (Francesco, Gaudete et exultate, 51).

Diventando uno con Colui che amiamo e che ci ama non rischiamo di perdere noi stessi, ma, al contrario, di potenziarci, di portare al massimo sviluppo ogni talento ricevuto, ogni buona qualità, ogni virtù. 

«Solo a partire dal dono di Dio, liberamente accolto e umilmente ricevuto, possiamo cooperare con i nostri sforzi per lasciarci trasformare sempre di più. La prima cosa è appartenere a Dio. Si tratta di offrirci a Lui che ci anticipa, di offrirgli le nostre capacità, il nostro impegno, la nostra lotta contro il male e la nostra creatività, affinché il suo dono gratuito cresca e si sviluppi in noi: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1). Del resto, la Chiesa ha sempre insegnato che solo la carità rende possibile la crescita nella vita di grazia, perché "se non avessi la carità, non sarei nulla" (1 Cor 13,2)» (Ibidem, 56).

Dio non chiede niente di più di ciò che noi siamo: vinte le resistenze che ci impediscono di donarci, di essere totalmente per l'Altro (proprio come in ogni vero rapporto d'amore deve accadere) saremo allora totalmente di Colui che è Amore. E a nostra volta diventeremo amore per Lui e per gli altri in ogni cosa che faremo, nelle singole e irripetibili circostanze della nostra vita, nelle esperienze quotidiane, nelle apparenti minuzie che affollano le nostre giornate.
Fare Eucaristia, fare Comunione con il Pane Eucaristico che ci chiama, che ci vuole attirare tutti a Sé, non può non portarci al farci eucaristia per gli altri.
E saremo allora anche noi lo strumento, semplice, povero, ma potente, attraverso cui Dio attirerà ancora a Sè quanti potranno sperimentare il suo amore attraverso di noi.

mercoledì 4 aprile 2018

Pensieri per lo spirito

I GESTI CHE CONTANO
Mercoledì dell'ottava di Pasqua




Matias Stomer. Cena in Emmaus (XVII sec.), Napoli, Museo di Capodimonte

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: 
«Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 
Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via 
e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24, 13-35)



Lo riconobbero allo spezzare del pane. Dopo aver parlato a lungo con lui, nel tragitto; dopo essere stati probabilmente scossi dalle sue parole; dopo aver sentito che qualcosa, nei loro cuori, si muoveva all'emozione irrazionale, inspiegabile, apparentemente senza motivo...
Non era dalla sua presenza fisica, dal camminare fianco a fianco, e neppure dalla voce e dalla profondità e chiarezza dei suoi discorsi che i discepoli di Emmaus erano riusciti a comprendere che il "forestiero" accanto a loro era Gesù. Strano, ma vero... loro che forse l'avevano visto tante volte negli ultimi anni e lo avevano ascoltato, marciando con lui durante la predicazione, capiscono solamente al gesto della frazione del pane. Quasi come se attorno alla mensa si fosse creata un'atmosfera diversa, finalmente intima e familiare, di cose forse scontate fino a quel momento, ma trasformatesi in ricordi preziosi, adesso che Gesù non era più con loro e tutto sembrava finito per sempre. E lì, seduti a quel tavolo, al suono della voce del Maestro, allo scroscio croccante del pane e alla sua condivisione, cadde dai loro occhi il velo che impediva di vedere un uomo. Un uomo risorto. 
Stolti e lenti di cuore! Avevano avuto bisogno non di parola, ma di fatti, di gesti, per credere! E questo siamo anche noi: stolti e lenti di cuore, spesso incapaci di fidarci delle sole parole uscite dalla bocca di Dio; deboli nel mettere in pratica quanto ci viene detto dalla Scrittura; sfiduciati circa il compimento delle promesse di vita che Egli ha fatto all'umanità. Gesù questo lo sa, e una volta risorto, pur usando ancora le parole, coi discepoli di Emmaus da queste passa poi ai fatti. Accetta l'invito a fermarsi con i suoi due compagni di cammino, per condividere con loro il pasto serale. È qui che le parole, pur presenti nella preghiera di benedizione, sembrano lasciare spazio ai gesti: prendere il pane, spezzarlo, distribuirlo. Le mani di Gesù diventano la concretezza di cui l'uomo sente la necessità per credere e fidarsi. È vero, la fede chiede di superare la ricerca costante di prove, ma Dio non disdegna di venire incontro all'uomo che vacilla, che è timoroso, abbattuto. Ma se fa questo, chiede poi di non perdere tempo. Infatti, riconosciuto dai discepoli, Gesù scompare, e i due, «senza indugio» si mettono nuovamente in cammino, per annunciare agli Undici e agli altri seguaci di Gesù, la bella notizia della Risurrezione. 
Incontrare il Signore risorto è testimoniarlo nella vita. E non solo a parole, ma anche e soprattutto coi fatti. Perché anche gli altri, stolti e lenti di cuore come noi siamo stati (e siamo ancora!) possano vedere che la fede non è un quadro astratto, ma un'opera concreta, che fa vedere la vita intera sotto un'altra luce, proprio perché fatta di gesti che rispondono ai bisogni di amore dell'altro che ci sta accanto, così come Gesù si è fatto parola, ma anche gesto, per sfamare d'amore ogni uomo.

lunedì 2 aprile 2018

Pensieri per lo spirito

ADORARE
Lunedì dell'Angelo





In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
(Mt 28, 8-10)




Dopo la Risurrezione i piedi di Gesù tornano ancora a occupare una delle prime inquadrature della pagina evangelica. Stavolta non vengono inondati di nardo prezioso, ma dalle braccia delle donne che per prime avevano ricevuto il lieto annuncio. Ecco, esse giungono e vedono finalmente con i loro occhi colui che è passato dalla morte alla vita e come primo gesto, quasi spontaneo e irrefrenabile, fanno qualcosa che oggi ci appare forse strano: cingono i suoi piedi. Eppure strana non è, quest'attenzione così insolita per noi nella sua concretezza, ma anche tanto esuberante, straripante d'amore. E a pensarci bene, noi usiamo tante volte modi di dire che esprimono tutta la nostra devozione, l'amore incondizionato per una persona: sono ai tuoi piedi, mi getto ai tuoi piedi, mi prostro ai tuoi piedi. Qualcosa che rimanda alla schiavitù non come oppressione e schiacciamento della dignità, ma come volontaria e gioiosa sottomissione, una totale donazione nel servizio all'altro, quell'amore per il quale si è pronti anche a dare la vita per colui che si ama. È un amore in cui si riconosce una superiorità dell'altro intesa come il metterlo al primo posto fra le priorità, il fatto che proprio colui che si ama (e nessuno diverso da lui) sia il centro della propria vita. 
E così le donne corse al sepolcro si gettano ai piedi di Gesù, come facevano, nel gesto ospitale e necessario della lavanda, gli schiavi verso i propri padroni, la moglie verso il marito, i figli verso il padre. Un'azione che – lo aveva dimostrato Cristo stesso nel corso dell'Ultima Cena – è il gesto dell'amore che rende liberi e aperti agli altri, dunque il gesto di chi serve per regnare, di chi si inchina volontariamente per essere risollevato da Dio, di chi sembra privarsi della dignità agli occhi del mondo, per ridonare dignità agli altri. 
Il gesto del chinarsi ai piedi è anche quello che aveva fatto la sorella di Lazzaro, per non perdere una sola sillaba pronunciata dal Maestro, di cui tutto, anche le virgole, erano importanti e preziose. Perché stare ai piedi di qualcuno è anche pendere dalle sue labbra, essere consapevoli dell'importanza estrema di ciò che l'altro ha da dire e dice. Così, con il gesto del cingere i piedi del Cristo risorto, le donne stanno nuovamente accogliendo il Signore che è tornato nella loro vita, colui che si era allontanato da casa e ora vi fa ritorno. Lo riconoscono ancora una volta Signore e Maestro, e lo adorano,. Adorare: un verbo che già nella sua etimologia latina e ancor prima nel termine greco impiegato (il verbo  προσκύνησις) rimanda anche al portare alla bocca, al baciare. Ecco, esse cingono i piedi di Gesù e, probabilmente, li baciano, in segno di adorazione. È come assistere a un rito simbolico, con cui le donne attestano la loro fede, dimostrano di rimanere idealmente e fedelmente, ai piedi del Cristo, al suo servizio, in ascolto devoto della sua parola. Portavano gli olii per l'unzione del suo corpo, ma ora i piedi del Cristo non sono più sporchi, ed è dunque con la loro anima, con il loro affetto, con la loro fede, con il loro amore, fatto anche di mani e di baci, che le donne stanno ungendo il Risorto. Ed è così che Gesù vuole essere "unto" e riconosciuto: Signore e Maestro, Dio che si è fatto Carne da toccare, Parola da ascoltare, esempio da imitare, Vangelo da annunciare. Ci si prostra in adorazione dinanzi al Signore per poi farsi risollevare dal suo amore, e con lui, sostenuti dalla sua forza, rimettersi in cammino e dire a tutti che Gesù è il Vivente, il Risorto, la nostra speranza, la nostra Pasqua, il nostro passaggio dalle tenebre alla luce, dalla disperazione alla speranza, dall'incredulità alla fede nel Dio che salva dalla morte. 

domenica 1 aprile 2018

Cibo e Parola

AMARE
Pasqua di Risurrezione



Beato Angelico, Cristo Risorto con le pie donne al sepolcro (1439-1445 c.), Firenze, Museo di S. Marco


Alla vittima pasquale, s’innalzi oggi il sacrificio di lode. 
L’Agnello ha redento il suo gregge, 
 l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre. 
 Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. 
 Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa. 
 «Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?». 
«La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, 
e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. 
 Cristo, mia speranza, è risorto: precede i suoi in Galilea». 
 Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. 
Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi.
(Sequenza pasquale)




La Domenica di Pasqua risuona dell'annuncio gioioso della Maddalena: Cristo è risorto! L'Agnello Pasquale ha sconfitto la morte! Come gli Ebrei passarono attraverso il Mar Rosso dalla schiavitù alla libertà così Cristo è passato dalla morte alla vita. 
È una Liturgia che parla di amore: quello con cui Gesù di Nazaret è vissuto sulla terra, «beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10, 38) e quello con cui Dio Padre «lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At 10, 40-41). Gente semplice, gli apostoli, che dopo aver alternato entusiasmo e delusione, saranno infine ricolmati di Spirito Santo (ricolmati di amore) e chiamati a portare la buona novella a tutto il mondo. È la bella notizia è questa: Dio è amore, Dio ama, Dio è il Dio della vita. 
Sembra un luogo comune quello che afferma che «l'amore muove il mondo», ma il messaggio rivelato dalla Pasqua è esattamente questo. L'amore rivoluziona la vita e non solo: scombussola addirittura la morte, stravolgendo gli schemi logici della biologia. Un uomo, un Uomo-Dio – Gesù di Nazaret – è vissuto, è morto ed è risorto. Si è incarnato per amore; è vissuto per e con amore; è risorto per il grande amore di un Dio Padre che ha voluto glorificare il Dio Figlio che sempre per amore aveva dato tutta la sua vita. Questa notizia-bomba ha innescato una reazione a catena di cui ancora permangono gli effetti dopo più di 2000 anni.
«L'amore muove il mondo». Tante volte lo si sente dire e poi, magari, troppo poco se ne fa tesoro, non ricordando sempre quale siano la vera energia e il vero motore della vita e, in sintesi, di ogni singolo uomo. Lo si dimentica troppo facilmente, pensando che sì, forse per i grandi santi oppure per i protagonisti dei film succede qualcosa di simile. Ma nella realtà, nella nuda e cruda realtà, davvero questo può accadere?
Può l'amore muovere il mondo dove albergano sofferenza, fragilità, miseria? Tra le difficoltà di chi cade a precipizio negli abissi della fame, della malattia, delle separazioni... l'amore può davvero fare la differenza? 
L'esperienza di molte persone dice che è proprio così, ma occorre avere occhi per riconoscere il grande mosaico dell'amore, la sua forza prorompente e tenace che a volte lavora in sordina, come la goccia che scava la roccia. E non sono solo le grandi storie note ai più, come quella di Madre Teresa di Calcutta, per la quale non c'è bisogno di citare neppure un esempio perché il nome dice già tutto... ma anche piccole storie, conosciute da un ristretto numero di persone. Esperienze di gente ordinaria, diremmo per distinguerla da quella dei film o dai santi, esperienze di gente comune che magari, quando meno te l'aspetti, ti fa toccare con mano che la gioia pasquale esiste, ed è una gioia fatta di amore: quella di sapersi amati da Dio, un Dio che non promette morte, ma vita, e su cui, per questo motivo, vale la pena di scommettere, perché Lui per primo ha scommesso sull'uomo.
Sono le esperienze di chi riesce a rimanere pieno di gioia e a sentirsi addirittura "fortunato" proprio quando sta lottando per la vita. Sono le esperienze di chi non perde neppure nelle circostanze più difficili e dolorose il gusto dell'ironia, il piacere di una chiacchierata, il calore di un abbraccio, la bellezza di un sorriso.
Quando si incontrano persone così è difficile non rimanerne toccati e anche... contagiati. E ci si lascia interrogare, chiedendosi quale sia il segreto che rende possibile vivere a cento all'ora anche quando tutto intorno il mondo sembra crollare, quando poi, in situazioni ben più ordinarie e meno preoccupanti, sia a volte così difficile farsi portare dall'amore. 
La Pasqua, in fondo, rivolge all'uomo la stessa domanda. Gesù ha saputo essere umile e obbediente fino alla morte di Croce, e pur affrontando momenti di scoraggiamento (connaturali a ogni essere umano) il Vangelo ce lo presenta – a saperlo leggere bene – come un uomo entusiasta, carico di vita, di gioia, di affetti. Un uomo che ha amato intensamente vivendo intensamente e che ha vissuto intensamente amando intensamente. Questa pienezza d'amore diventa esplosiva come un fuoco d'artificio già sulla Croce, ma lo è ancor di più nella risurrezione in cui viene illuminato a giorno – illuminato a vita – il cielo plumbeo della morte.
Allora perché mai l'uomo non può muovere il mondo con l'amore? Basta lasciarsi illuminare dall'amore di Cristo e da quello riflesso in tante persone attorno a noi; e così saremo a nostra volta luce, fuoco d'artificio nel cielo della nostra storia, per tutti quelli che incontriamo. Allora la vita sarà movimentata, bella, intensa, piena, a prescindere dalle circostanze. Allora sapremo che la parola fine in realtà non esiste, ma è solo una Pasqua, un passaggio, per l'appunto.


Chiamati alla speranza e Foodtales augurano a tutti i lettori e agli amici una serena Pasqua di Risurrezione, colma della gioia che viene dal Signore vivo e presente in mezzo a noi!



AGNELLO PASQUALE
di Enza, foodblogger su Foodtales

La tradizione cristiana di consumare l'agnello la Domenica di Pasqua si ricollega alla Pasqua ebraica, con riferimento alla notte in cui gli Ebrei, schiavi in Egitto, per comando del Signore non solo mangiarono le carni dell'animale, ma marchiarono le porte delle proprie case con il suo sangue. Attraverso questo segno Dio risparmiò al popolo eletto la piaga della morte dei primogeniti che colpì invece uomini e bestiame tra gli Egiziani.
Gesù è il nuovo e definitivo agnello immolato per la salvezza degli uomini. Non occorrono più sacrifici animali di espiazione per i peccati, perché Cristo ha versato tutto il suo sangue sulla Croce, offrendo la sua vita «in riscatto per molti» (Mt 10. 28).



Ingredienti 

200g farina
100g zucchero
100g burro
2 uova
mezza bustina di lievito per dolci
mezzo bicchierino di cognac
********
Separare i tuorli dagli albumi e tenere da parte. Montare con le fruste elettriche il burro e lo zucchero. Aggiungere un tuorlo alla volta, la farina, il cognac, i bianchi montati a neve e per ultimo il lievito.
Ungere bene lo stampino e versare il composto. Infornare per un'ora a 175°.  


sabato 31 marzo 2018

Pensieri per lo spirito

TACERE NELL'ATTESA
Meditazioni per la Settimana Santa




Beato Claudio Granzotto, Cristo morto (1940-41), Vittorio Veneto, Chiesa conventuale di San Francesco



Il silenzio, spesso, fa paura. Forse per un'ancestrale connessione che lo associa alla morte, trasformandolo in un grande punto interrogativo: assenza di vita come la si intende in questa esperienza terrena e incognita sull'oltretomba.
Eppure è contraddittorio, l'uomo, nel suo rapporto col silenzio. Nel chiasso desidera l'assenza di suoni, nel vuoto sonoro ha sete di parole, rumori, presenza. Presenza: ecco il nocciolo della questione! Il troppo rumore sembra distogliere dalla propria stessa presenza, mentre il silenzio è temuto perché è percepito spesso come assenza di un qualcuno, come solitudine, mancanza di calore umano, di affetto e di consolazione, dimensione, quindi, senza speranza e gioia, carente di condivisione. 
Forse i discepoli di Gesù vissero così il silenzio calato sul palcoscenico di Gerusalemme dopo la morte del Maestro: un totale deserto di parole sul futuro; una tabula rasa di tutte le aspettative coltivate fino ad allora; la perdita tangibile dell'amico prediletto che si era reso loro vicino con il suo insegnamento, con il suo modo di essere, col suo fascino che aveva sapore di un mondo mai visto prima.
L'uomo per "sentire" ha bisogno di vedere, toccare, percepire con i sensi l'altro che è accanto. Eppure può capitare che neppure questo basti, e tra due persone presenti nello stesso luogo, magari vicinissime, può calare un silenzio tombale che interrompe ogni comunicazione, che mette a disagio, che crea imbarazzo, addirittura distanza. 
Quante volte, attorno a Gesù, si era fatto silenzio, prima della sua crocifissione! Ma era un silenzio glaciale: quello degli accusatori, quello degli indignati da un uomo che osava fare miracoli in giorno di sabato; quello che, poco tempo prima della sua morte, aveva riempito le pause tra il Cristo interrogato e il Pilato inquisitore. 
Cristo e Pilato: l'esempio perfetto di come anche le parole possano creare silenzio, inteso metaforicamente come distanza incolmabile tra due persone che non riescono a comunicare in profondità. Era già avvenuto nella sala dell'Ultima Cena, quando Gesù aveva anticipato il tradimento di uno dei dodici e nessuno, a parte Giuda, aveva capito nulla; e quella stessa sera il Maestro aveva preannunciato anche il rinnegamento di Pietro e tutto era sembrato concludersi nella vanagloria del presuntuoso apostolo. E così era calato il silenzio sul dramma interiore di un uomo che stava per essere consegnato ai nemici proprio per mano di uno dei suoi, e abbandonato da tutti gli altri.
Non sono, allora, né le parole né i gesti a creare contatto, vita, speranza, ma qualcosa che va oltre. Solo una presenza certa, sicura, che non va e viene a piacimento dell'uomo, può riempire il silenzio e abitare anche nel rumore, e penetrare nel cuore dell'uomo in qualunque circostanza. Solo dove Dio è presente attraverso la certezza del credente che sa che Egli c'è, che è il Vivente, che ama l'uomo e che gli offre la speranza della vita eterna... il silenzio non fa paura. Può essere doloroso e angosciante, come certamente sarà stato sofferto il silenzio del sabato per Maria, la madre di Gesù, ma in esso palpiterà comunque la speranza nelle promesse del Signore. Promesse che si compiranno, perché Egli è fedele e veritiero. 
La fede non abolisce il silenzio, ma lo riempie dell'amore di un Dio che vede, sa, e agirà. Così anche il silenzio acquista un senso: è il tempo dell'attesa, tempo in cui non si possono investigare i piani di Dio, perché solo Lui li conosce e li comprende, ma è proprio per questo il tempo per ricordare che al momento opportuno Signore interviene nella storia dell'uomo e lo libera, come liberò il popolo eletto dalla schiavitù d'Egitto, come libererà Gesù dalla morte, il terzo giorno. 

venerdì 30 marzo 2018

Pensieri per lo spirito

UMANIZZARSI
Meditazioni per la Settimana Santa



Crocifissione (XVII-XVIII sec.), New York, Metropolitan Museum


Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; 
il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.
(Is 53, 4-6)

Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: 
egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. 
 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia 
per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
(Eb 4, 15-16)


Essere uomini è una sfida. Ciò che sembrerebbe la cosa più naturale del mondo, vale a dire esprimere ciò che si è, portare al massimo sviluppo la propria essenza, far fiorire la bellezza dell'umano intesa come creatura «cosciente e responsabile dei propri atti»¹ non è mai un processo scontato e automatico. Coscienza e responsabilità sono due parole chiave per vivere veramente da uomini, perché richiamano il rapporto con se stessi, con Dio e con gli altri. La coscienza, infatti, è «la voce di Dio che risuona dentro l’uomo»² e la responsabilità, nel rendere l'essere umano fautore "volente" e consapevole dei propri atti e delle loro conseguenze, richiama i concetti di diritti e doveri che si hanno nei confronti dei propri simili e, da una prospettiva cristiana, rimandano a una relazione basata sull'amore reciproco. Il timore dell'uomo (che spesso gli impedisce di essere veramente tale)  è che la coscienza e la responsabilità minino la propria libertà, impedendogli di scegliere, di autodeterminarsi. Ma superarne i limiti non trasforma la creatura in un essere più libero e più umano ma, al contrario, ne fa quasi un animale – soggetto a leggi naturali incontrollabili, su cui non si ha potere – o una cosa – inanimata, senza volontà, senza ragione, senza sentimento –. L'autodeterminazione che prescinde dal divino e dal proprio simile, anziché inserire l'uomo in un contesto di altri uomini, in verità lo isola, ne fa un iceberg separato dal resto del mondo, una pecora staccata dal gregge in cui ognuno segue «la sua strada» (Is 53, 6).
Gesù – l'uomo dei dolori, l'uomo crocifisso – è l'espressione massima dell'essere "umano". Cosciente della Verità e della necessità del suo annuncio, consapevole dell'esistenza di un Dio che è Misericordia e Giustizia, Cristo si mette in cammino verso Gerusalemme, dove incontrerà la morte. Pienamente convinto che l'uomo non vive veramente se non ama il prossimo o, usando le parole di san Paolo, non possiede niente se ha tutto, ma non la carità (cfr. 1Cor 13, 1-13), diventa il Verbo incarnato, si fa uomo per vivere tra e con gli uomini, condividendone gioie e dolori, nel massimo rispetto della libertà altrui, ma anche nel massimo ascolto dei bisogni dell'altro. Un a solidarietà e un ascolto che si esprimono come amicizia, intervento di guarigione, preghiera, sofferenza. Gesù agisce in coscienza verso gli altri, perché sa che Dio Padre gli chiede di essere responsabile per e degli uomini
Responsabile della loro liberazione dalla schiavitù del peccato e da una Legge impastata di precetti esteriori che incatenano la creatura in una religiosità rigida e sterile, incasellando la misericordia in un ambito ristretto di applicazione o addirittura espungendola dal quaderno della storia. 
Responsabile fino a dare l'esempio concreto di come vivere e di come amare (cfr. Gv 13, 15).
Responsabile fino a pagare per tutti, diventando il garante di ogni peccatore. Per questo le sue piaghe guariscono i peccati degli uomini, per questo Egli ha distrutto «le passioni della carne»³, per questo l'uomo può accostarsi a lui «per ricevere misericordia e trovare grazia» (Eb 4, 16). La scena ultima del Golgota riassume tutto questo: Gesù è crocifisso tra due ladroni, tra due peccatori, come fosse anch'Egli un malfattore. E dal trono della Croce, il Figlio di Dio si fa ancora una volta garante, responsabile per l'altro, con le parole rivolte al ladrone pentito: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). È la firma finale di un contratto d'amore, di un'alleanza definitiva siglata con l'uomo nel sangue, nel dolore, nell'amore. 

[1] Voce Uomo, Enciclopedia Treccani.
[2] Parole di Mariusz Sztaba, in “La coscienza, voce di Dio che risuona dentro l’uomo”, in Zenith, 17 febbraio 2016
[3] Melitone di Sardi, Omelia sulla Pasqua che si legge nell'Ufficio delle Letture del Giovedì Santo.

giovedì 29 marzo 2018

Pensieri per lo spirito

STUPIRSI PER SERVIRE
Meditazioni per la Settimana Santa





Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 
Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli 
e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. 
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: Signore, tu lavi i piedi a me?». 
Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». 
Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». 
Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 
Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». 
Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 
Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». 
 (Gv 13, 1-15)


Lo stupore abbonda nella pagina dell'evangelista Giovanni. Gesù, infatti, ribalta le regole della Cena, inserendo il momento della lavanda dei piedi non prima del pasto, ma mentre lui e i suoi stanno già mangiando. Ed è Egli stesso a compiere questo gesto, mettendosi di fatto alla pari con quegli schiavi non ebrei normalmente addetti a questo servizio. È comprensibile, allora, lo sbigottimento di Pietro dinanzi alla portata così grande di un atto all'apparenza tanto necessario e consueto per la gente del tempo, ma anche tanto diverso dal suo solito, perché stavolta è il Maestro – amico amato e leader stimato – a liberarsi delle vesti, a cingersi di un asciugamano, a versare l'acqua in un catino e a mettersi a lavare i piedi dei suoi discepoli, uno a uno. La lavanda dei piedi, riletta in chiave simbolica e alla luce della risurrezione, suscita anche il nostro stupore, uno stupore che non è sinonimo di scandalizzarsi, ma di meravigliarsi con riconoscenza. Ancora una volta, così come nella Domenica delle Palme, ritorna il tema dello svuotamento del Cristo: Egli volontariamente accetta di deporre le proprie vesti di Signore per rivestirsi del semplice asciugamano da servo, un asciugamano che da bianco e pulito diventerà sporco e terroso perché Gesù sarà coperto di insulti e di sputi, dei peccati degli uomini, di sangue e dolori fino alla morte; Egli liberamente sceglie di versare l'acqua necessaria per la lavanda, così come sulla Croce, dal suo costato trafitto farà sgorgare sangue e acqua, quei fiumi d'acqua viva profetizzati dalla Scrittura, quei Sacramenti che rendono gli uomini creature nuove e monde; Egli consapevolmente si china per compiere quest'azione così necessaria ma anche così umiliante secondo la mentalità dell'epoca, così come si chinerà nel cammino della Croce, così come si curverà sotto il peso del proprio corpo appeso ad essa. Gesù sta esercitando la propria libertà, consapevole della portata di quanto egli compie. È la stessa libertà del cammino verso la morte da crocifisso, apice del suo essere Servo del Signore.
Servizio: è sulla sua importanza che Gesù cerca di attirare l'attenzione dei suoi discepoli attraverso il gesto eclatante della lavanda. Servire è rivoluzionario e non solo perché ribalta gli schemi gerarchici tra chi serve e chi è servito, ma anche perché il servizio è rivoluzione agli occhi del mondo e veramente, con l'impegno concreto di ogni discepolo del Cristo, esso può cambiare in meglio le realtà terrene, rovesciando la cultura del male. Certo, il servizio incammina sempre l'uomo verso il Golgota. In ogni servizio c'è anche una parte di crocifissione, il doversi spogliare di qualcosa per essere così come e lì dove Dio ci vuole, nell'obbedienza libera alla sua chiamata d'amore. Ma il Giovedì Santo ci stupisce anche in questo, perché, dopo la lavanda, Gesù si riveste e si siede, così come sarà rivestito di gloria e di vita il terzo giorno e così come siederà alla destra del Padre. È un simbolismo che riguarda anche noi: in quel regno saranno accolti quanti, nel servizio, avranno saputo amare, «sino alla fine» (cfr. Mt 25, 31-40) senza temere di abbassarsi e di addossarsi le ferite e le sofferenze degli altri. In quel regno anche noi siederemo; in quel regno Gesù ha preparato dei posti anche per noi al banchetto eterno del Padre.

mercoledì 28 marzo 2018

Pensieri per lo spirito

 L'AVVICINARSI DEL TEMPO
Meditazioni per la Settimana Santa



In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». 
E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 
Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; 
farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». 
I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. 
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, 
è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; 
ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! 
Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: 
«Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
(Mt 26, 14-25)



«Il tempo è vicino»: il Mercoledì Santo scandisce il conto alla rovescia verso l'ora, quella in cui il Figlio dell'Uomo sarà crocifisso per aver osato farsi Figlio di Dio, anzi, Dio stesso. La bestemmia più grande agli occhi dei sacerdoti, degli scribi e dei farisei, che non comprendono la Verità contenuta nella persona del Cristo e nell'annuncio del Regno, è il motivo della condanna a morte di Gesù.
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1, 15) aveva già detto il Maestro, invitando però a fare attenzione a chi dare ascolto: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io", e: "Il tempo è vicino". Non andate dietro a loro!» (Lc 21, 8).
Sebbene, dunque, il tempo di Gesù troverà il suo compimento sulla Croce che metterà fine alla sua storia terrena, tutta la corsa verso l'ora è già, in realtà, il tempo che si compie, perché l'annuncio del Dio-amore e della necessità di cambiamento dell'uomo proprio durante questo tempo viene proclamato e richiede all'uomo accoglienza, disponibilità e docilità di cuore.
La parola tempo riassume così, in senso lato, ogni attimo della storia della Salvezza: indica il passato in cui Dio si è definitivamente rivelato, nella pienezza del tempo (Gal 4,4) appunto, in una parabola umana che parte dall'incarnazione e approda sul legno della Croce, ma poi travalica la temporalità (a noi nota) nella risurrezione; è il presente, in cui ogni uomo vive il tempo del Regno con la possibilità di fargli spazio nella propria vita perché si espanda; è anche il futuro, quel momento finale in cui ciascuno supererà il confine di questa esistenza umana, per rituffarsi in Dio; e poi, ancora, è quello del Giudizio ultimo e della Gerusalemme nuova, del tempo senza fine.
Tempo: parola di speranza o di disperazione... a ciascuno la scelta. Chi accoglie il tempo di Dio nella propria vita, chi abbraccia il Regno di Dio che bussa alla propria porta, fa del tempo lo spazio per l'amore, la condivisione, la pace del cuore, la gioia che nessuno può togliere (cfr Gv 16,22), nella speranza di una realizzazione completa che attende l'uomo; chi, invece, rinnega il tempo di Dio vive sempre in corsa contro il tempo, nell'attesa smaniosa di fare e strafare miliardi di cose che non saziano, oppure perde il tempo, sprecando le occasioni per dare senso alle ore che passano, sciupando ciò che offre risposte alle domande interiori del cuore umano, non rispondendo alla vocazione personale di ciascuno, all'esigenza di farsi santi già qui e ora.
Il tempo è vicino, il tempo è qui, perché l'Ora si è compiuta. E l'Ora ci interroga, chiede la nostra risposta. Se Gesù ha dato la vita per amore, per la Verità, per il Regno, allora lasciamo entrare questo Regno in noi, apriamo il cuore all'amore di Dio e anche il nostro tempo sarà diverso. Intessuto di significato, colmo di opportunità, grato alla memoria del passato, intensamente vissuto nel presente, proteso con gioia verso il futuro.

martedì 27 marzo 2018

Pensieri per lo spirito

 DAL PRESUMERE
ALL'AFFIDARSI
Meditazioni per la Settimana Santa



In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». 
 I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. 
Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. 
Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». 
Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». 
E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. 
Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. 
 Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». 
Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 
Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. 
Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; 
voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». 
Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; 
mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? 
Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? 
In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, 
prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».
(Gv, 3,21-33;36-38)


Il Martedì Santo offre alla riflessione una pagina di Vangelo che sembra pervasa dalla delusione, squarciata solamente dall'accenno di Gesù alla sua gloria e a quella del Padre. È la delusione dinanzi alla spavalderia di Giuda e Pietro, che si potrebbe riassumere in una sola parola: presunzione. Presumere¹: il verbo dell'anticipazione, quello di chi pre-suppone, ossia pensa in anticipo, si fa carico di qualcosa prima del momento adatto o delle circostanze che lo richiederanno. Un verbo che normalmente è associato all'orgoglio, ma che può in realtà assumere molte altre sfumature e finanche avere, sul piano spirituale, una connotazione positiva. 
A volte si può presumere un atteggiamento, una convinzione, una scelta e un modo di essere senza calcolare le conseguenze o le proprie fragilità e paure, un po' come se si volessero fare i conti senza l'oste o profetare senza vederci fino in fondo. La presunzione del Martedì Santo è, in questo senso, quella di Giuda, che ha già presunto (in cuor suo e tramite l'accordo con i capi dei sacerdoti) di essere il depositario della verità e di poter tradire un amico per denaro, senza rimorsi, sbarazzandosi di un Gesù che non sarà mai il capo-rivolta che egli si attende; ma è anche quella di Pietro, che presume in anticipo di poter essere coraggioso e fedele seguace di Cristo a prescindere dalle circostanze.
Sono presunzioni che falliranno miseramente, come racconta il prosieguo della storia: Giuda tradirà il Cristo, ma, comprendendo di aver sbagliato, non riuscirà a sopportare il peso di questa sua infedeltà e si toglierà la vita, soffocato dalla disperazione nonostante l'amore di Gesù, che ancora una volta, proprio nel momento della "congiura", lo chiamerà «amico» (Lc 22,48); Pietro, dopo aver rinnegato il Maestro, si pentirà amaramente di ciò che ha fatto. Così amaramente che quella ferita rimarrà in lui, incancellabile come una foratura di trapano nel marmo e la ritroveremo nella  professione di fede – semplice e non orgogliosa – che farà al Signore risorto (cfr. Gv 21, 15-19), ma questa piaga non gli impedirà il pentimento vero, quello che apre le porte alla misericordia e alla speranza. 
Il Martedì Santo insegna a chiare lettere che la presunzione, intesa come poter contare sulle sole proprie forze, non fa bene all'uomo, che è bene non assumerla, neppure a piccole dosi, perché i suoi esiti possono essere disastrosi. Ma, d'altro canto, la storia di Giuda e quella di Pietro, così diverse nel loro finale, dicono anche che più forte della presunzione umana è l'amore di Dio, se si è in grado di riconoscerlo e farlo agire nella propria vita, passando dalla presunzione all'affidamento.
E questo miracolo può realizzarsi perché, in realtà, il Martedì Santo parla anche di una terza presunzione: quella di Dio. Egli è l'unico che può presumere qualcosa, perché Lui solo è la fedeltà assoluta, certa, sicura. Dio Padre ha accettato di inviare il Figlio nel mondo, presumendo (e con quanta infallibilità!), supponendo prima dell'«ora» che Egli avrebbe portato a compimento la missione di salvezza affidatagli. Gesù, allo stesso modo, nell'Ultima Cena può presumere che riuscirà ad andare lì dove nessuno, almeno in quel momento, può seguirlo, ma poi lo ritroveremo a chiedere al Padre di far passar da lui quel calice (Mt 26, 39), se possibile («Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» Mt 26,39), e sulla Croce si sentirà abbandonato, pur rimettendo tutto a Dio (Mt 27, 46; Lc 23, 46). Non c'è nessuna contraddizione tra i due atteggiamenti, bensì unità e coerenza. Ciò che è diverso tra la presunzione dell'uomo e quella dell'Uomo-Dio è nel cuore, nell'atteggiamento interiore di questo presumere. Ecco, l'insegnamento ultimo sulla presunzione: l'uomo non può presumere niente, se non la propria debolezza umana («lo spirito è pronto, ma la carne è debole» Mt 26,41), attraverso la quale presentarsi dinanzi a Dio, chiedendo di trovare in lui la forza («vegliate e pregate, per non entrare in tentazione» Mt, 26, 41) quella di cui san Paolo dirà: «Tutto posso, in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13).

[1] preṡùmere (ant. preṡùmmere, proṡùmere) v. tr. [dal lat. praesumĕre «supporre, congetturare», comp. di prae- «pre-» e sumĕre «prendere»], Enciclopedia Treccani on line.

lunedì 26 marzo 2018

Pensieri per lo spirito

PROFUMARE
Meditazioni per la Settimana Santa







Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
(Gv 12, 1-11)




Il Lunedì Santo si tinge di toni contrastanti: quelli avvolgenti e fragranti di un profumo e quelli cupi e raccapriccianti del sangue. 
Da una parte c'è il gesto delicato e prezioso di una donna che non disdegna di rendere a Gesù un servizio tipico dell'ospitalità, ma aggiungendoci la nota, tutta femminile, del nardo cosparso in abbondanza sui piedi dell'ospite; dall'altra c'è la cattiveria di un proposito omicida, che prende forma nel cuore dei capi dei sacerdoti, disposti a uccidere non solo il Cristo, ma anche Lazzaro, un altro innocente, reo di attirare l'attenzione sullo "scomodo" nazareno che sta sobillando il popolo.
Se la prima scena ci proietta dunque in uno spazio inondato dalla scia di una fragranza deliziosa, la seconda ci scaraventa in una pozza di sangue, e ci spinge a domandarci – con un certo sbigottimento – quali motivazioni  (per di più religiose) possano mai rendere giustificabile un omicidio e come sia possibile dire che nel proprio cuore alberga Dio se non vi è spazio anche per l'amore per il fratello. Ovviamente, non esistono ragioni che tengano, perché, come già Gesù aveva detto, dal cuore escono i propositi di male che rendono impuro l'uomo (Mc 7,21) e da qui deriva l'importanza di purificare il proprio io interiore (cfr. Mt 23, 26).
Chi incontra Dio, chi è realmente amico di Gesù, diventa come Maria di Betania: capace di profondersi in gesti belli, gentili, anche spingendosi fino all'apparente spreco della preziosità che si porta dentro e che spesso si esprime anche attraverso un sempre apparente spreco esteriore, come quello del nardo. È lo spreco che Gesù stesso ha messo in atto, offrendo un esempio nel suo essersi dato tutto per amore, fino alla Croce. È quello dei santi che hanno consumato la propria vita per realizzare una chiamata che si è tradotta in amore. È lo spreco che ogni buon cristiano può attuare nella propria vita, perché chi rimane – idealmente – ai piedi di Gesù, in ascolto e contemplazione della sua parola, proprio nell'amore e con l'amore riesce a riempire l'esistenza di una scia seducente... di un profumo che affascina, perché richiama profumi d'Altrove. E la bellezza, anzi, la generosità del profumo è questa: che non è mai solo per chi lo indossa, ma anche per tutti quelli che hanno narici per sentire, cuore per goderne, buona volontà per seguirne la scia.