giovedì 23 novembre 2017

Notizie

UN'ATTESA COLMA DI SPERANZA
Novena di Natale in libreria


«Ogni personaggio della "storia" che è la novena di Natale presenta una sfaccettatura della speranza, lasciando un insegnamento proprio perché non racconta 
una bella favoletta, ma parla di persone reali, che davvero hanno nutrito speranza, 
e parla, soprattutto, del Dio della speranza, che paradossalmente ha "scommesso" 
su creature piccole e deboli, come Maria e Giuseppe, come lo stesso Bambino Gesù. 
Si può dunque provare a vivere la novena lasciandosi guidare dalle voci dei suoi protagonisti (e dei personaggi in essa coinvolti) e dalle loro esperienze, per comprendere sempre meglio quanto la speranza, ancora oggi, sia ciò di cui il mondo 
ha bisogno e quanto dipenda anche da ciascuno di noi diventare un seme di questa speranza in ogni ambiente in cui ci si trova. Senza speranza non si può vivere veramente, perché senza "sognare", attendere e contribuire a costruire 
qualcosa di grande e di bello l'umanità di paralizzerebbe».

Trovate la novena di Natale nelle librerie cattoliche 
e nelle migliori librerie online.





mercoledì 15 novembre 2017

Pensieri per lo spirito

LA VERA FEDE È UN A TU PER TU
C'è credere.... e credere


Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 
 Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». 
(Lc 17, 11-19)







Uno solo tornò indietro, per ringraziare. In dieci erano stati purificati. 
E in dieci, poco prima, avevano camminato verso Gesù, gli si erano posti innanzi, avevano "alzato la voce" per farsi sentire. Loro – gli esclusi, i nessuno della società, il buco nero del mondo dell'epoca – avevano osato sperare! E che fossero i signori nessuno Luca lo sottolinea quando riporta che erano rimasti a una certa distanza dal Cristo. Perché erano impuri. Perché non ci sarebbe stato altro essere umano, in quel mondo impastato di pregiudizi e di falsa religiosità, che li avrebbe mai sfiorati con un dito.
Da quella distanza avevano implorato pietà – un miracolo – dal "maestro" e subito, senza indugio, alla sua risposta avevano fatto quanto lui aveva detto. Alla sua parola si erano messi in cammino, diretti verso il Tempio, dai sacerdoti. Da quelli, cioè, a cui ci si presentava per far constatare una guarigione.
Lo avevano fatto, anche se ancora non erano guariti. Evidentemente nutrivano una fiducia cieca in Gesù oppure... stavano tentando il tutto per tutto. Ma il racconto di Luca ci fa capire che si trattava di fede, perché solo chi ha fede ottiene, e Gesù nei Vangeli lo dice così tante volte che non possiamo dimenticarcelo. Infatti, cammin facendo, per i lebbrosi è avvenuto l'umanamente impossibile: la lebbra è sparita. 
Siamo (o dovremmo essere) al momento clou della storia, quello in cui ci aspetteremmo grida di gioia, sguardi pieni di stupore, lacrime di commozione. 
Invece no. Niente di tutto questo. Non per nove di quei lebbrosi guariti, che continuano a camminare, diretti verso il Tempio, come nulla fosse, come se tutto avesse un ché di scontato, dovuto, assicurato, garantito. Dov'è la meraviglia per il Dio che compie cose mai viste? Dov'è lo sconvolgimento per le sorti di una vita che improvvisamente sono state rovesciate? 
In questo racconto in cui tutto, fino a ora, è filato liscio come l'olio, qualcosa si spezza. Perché non siamo in una favola, ma nella realtà. Una realtà in cui la gratitudine è spesso un optional, vista come umiliante, come una buona maniera priva di senso. Una realtà in cui anche nei confronti di Dio non siamo, spesso, capaci di ringraziare per i segni della sua bontà, della sua presenza, che si manifesta in mille modi nelle nostre vite.
Dei dieci lebbrosi solo uno torna indietro, sentendo il bisogno, la necessità di ritrovarsi faccia a faccia con Gesù, di instaurare un rapporto nuovo con lui: stavolta non si ferma a distanza, ma si prostra direttamente davanti al maestro, gli parla da vicino, lo ringrazia e loda Dio senza più bisogno di alzare la voce. Il lebbroso capisce che adesso la priorità non è andare dai sacerdoti, ma da colui che veramente lo ha salvato, da colui che lo ha reso finalmente puro. Non c'è bisogno di attenersi ai riti prescritti (cfr. Lv 14), non c'è bisogno di immolare animali e di farsi aspergere con il loro sangue per essere di nuovo mondi. Gesù è colui che purifica, Gesù è il Dio fatto uomo, che  dimostrerà il suo amore per l'umanità fino a versare tutto il proprio sangue, sulla Croce.
A questo punto si inserisce la seconda nota amara del racconto: colui che ha salvato i corpi piagati di quelle dieci persone si rende conto che di dieci guariti nel corpo, di dieci che hanno creduto nella possibilità di un miracolo fisico, solo uno si è lasciato veramente salvare nella sua interezza. Solo quel samaritano, che ha riconosciuto nella persona di Gesù che guarisce la presenza del Dio che risana. 
Questo samaritano, e le parole finali del Cristo, interrogano la fede dei credenti di oggi. La nostra fede si ferma solo al credere che Dio possa operare l'impossibile, o va oltre, accettando che nulla ci è dovuto, ma che ogni grazia è un atto d'amore di Dio? La nostra fede va oltre, diventando un rapporto personale, un a tu per Tu, un colloquio di lode, ringraziamento, amicizia, vicinanza con il Dio che salva? 

lunedì 30 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito

C'È UN TEMPO PER...
La carità non ha orario


Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. 
C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; 
era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. 
 Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. 
Ma il capo della sinagoga, sdegnato 
perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, 
prese la parola e disse alla folla: 
«Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; 
in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». 
 Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, 
ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, 
per condurlo ad abbeverarsi? 
E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera 
per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame 
nel giorno di sabato?». Quando egli diceva queste cose, 
tutti i suoi avversari si vergognavano, 
mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute».
(Lc 13, 10-17)







Quando il capo della sinagoga prende la parola, pieno di sdegno per il miracolo compiuto da Gesù, non solo ribadisce l'importanza "sacrale" del Sabato – in cui tutta una serie di divieti regolamentava la vita del pio israelita –, ma sembra anche riecheggiare i versi del Qoelet, che nel suo interrogarsi sui grandi problemi esistenziali, diceva anche che c'è «Un tempo per amare e un tempo per odiare» (Qo 3,8).  La "questione" del tempo era ben presente nell'Antico Testamento e il Libro del Qoelet la sviluppa in modo originale, specialmente al capitolo 3, versetti 1-8. 

C'è un tempo per...

«La pericope comprende ventotto situazioni umane, suddivise in quattordici coppie; ogni situazione è preceduta, con pesante monotonia, dall'espressione "un tempo per". La prima coppia, che determina l'ambito di tutte le altre, è quella fondamentale: tutta l'esistenza e l'esperienza umane sono infatti iscritte tra i limiti temporali della nascita e della morte. Le situazioni, nella loro polarità, rappresentano simbolicamente tutta l'attività umana la corsa instancabile, pesante, faticosa tra le contraddizioni dell'esistenza. Le due ultime coppie, in relazione chiastica (amore/odio : guerra/pace), le sintetizzano. Per ciascuna situazione dunque è fissato un “tempo", che ne stabilisce il valore, l'opportunità e l'utilità. Di qui l'importanza cruciale non solo del fare, ma del fare al tempo “giusto”, dove l'aggettivo “giusto” va compreso nel senso della corrispondenza ai tempi di Dio, ai tempi dell' uomo e ai tempi dell'azione e della situazione stesse. Ma se non è possibile agli uomini conoscere il momento della nascita e della morte, in qualche modo tutta la vita risulta in bilico tra due “tempi sospesi”. Mancando il controllo sui due “tempi” fondamentali (cfr. Qo 8,8), quindi, tutte le altre situazioni risultano a loro volta “sospese”, incerte, angoscianti. Qual è il “tempo giusto” per compiere o non compiere un'azione o il suo contrario, e qual è il senso di una situazione?» [1].
Qual è il tempo giusto per amare, per chinarsi sul bisogno dell'altro? La pagina del Vangelo di Luca che riporta la guarigione della donna curva sembra concentrarsi proprio su questo interrogativo. 

Il tempo per amare

Gesù e il capo della sinagoga sollevano due domande diverse attraverso i loro gesti e le loro parole. In realtà essi non pongono domande, ma agiscono: uno coi fatti e le parole, l'altro solo a parole. Eppure proprio le loro decisioni e le loro affermazioni si possono interpretare come fossero due domande incrociate. Gesù, infatti, con il proprio "anticonformismo" sta domandando all'interlocutore (ma in verità a tutti i presenti e anche oggi ai lettori del Vangelo) Qual è il tempo dell'amore al prossimo?; il capo della sinagoga, invece, sta chiedendo al Cristo (con l'intento di ribadire il concetto anche alle folle, già fin troppo affascinate da questo... sovversivo!) Qual è il tempo dell'amore (del culto) a Dio?
Il problema di fondo (che il capo della sinagoga non ha capito!) è che le due domande non sono in contraddizione, e neppure le risposte devono esserlo.
Per scardinare la mentalità errata di chi concepisce il fare la carità come un "lavorare" Gesù innanzitutto denuncia l'ipocrisia di chi si riempie la bocca di soli divieti e per farlo ricorre a un esempio concreto: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi?» (v. 15).
Dar da mangiare o da bere a un bue o a un asino è compiere un lavoro? No, è semplicemente fare in modo che l'animale ottemperi a due bisogni essenziali.
A maggior ragione la carità verso l'essere umano è ottemperare al suo essenziale bisogno di amore, di attenzione, di cura, e non toglie nulla al culto a Dio. Si onora Dio non solo con la preghiera e i riti, ma anche attraverso l'amore al prossimo. 

La carità non ha orario

«Ogni cosa ha il suo tempo nel piano di Dio: questa è la fede di Qohelet e dei sapienti. Ma la corrispondenza tra l'opera di Dio (il senso) e i fenomeni che articolano la vita non è affatto evidente: questa è l'esperienza di tutti. Egli invita a non essere troppo precipitosi nell'interpretare gli avvenimenti come segni dell'attività di Dio e nell'agire di conseguenza: potrebbe essere una trappola. Il tempo di Dio non è sempre il tempo progettato dall'uomo. Tra il fenomeno e il senso, tra il tempo dell'uomo e il tempo di Dio il sapiente Qohelet invita a tenere insieme gli opposti: "È bene che tu ti attenga a questo e che non stacchi la mano da quello, perché chi teme Dio riesce in tutte queste cose›" (Qo 7,18)» [2]. 
Gesù viene a ricordare questo a chi aveva riempito il culto di precetti e divieti: l'uomo ha progettato un tempo non conforme al tempo di Dio! Inoltre, Cristo offre anche la soluzione al problema dell'equilibrio tra le proprie idee e quelle divine in merito all'amore: il tempo di Dio è da sempre e per sempre il tempo dell'amore. Ciò che Gesù opera è veramente segno di Dio e della sua presenza nel mondo: è Cristo che rivela all'uomo il pensiero divino e insegna all'uomo come agire.
Così, anche per l'uomo l'amore non può avere orario, perché nel fare il bene si eleva un culto non "rituale", ma altrettanto gradito a Dio. E non si può barare, in questo senso, agli occhi del Signore. Infatti, alle parole di Gesù, i suoi avversari provano vergogna, dice l'evangelista. E la vergogna, molto spesso, è un segnale della coscienza. Una coscienza che ha qualcosa da rimproverarsi. 


NOTE
[1] Valentino Cottini, C'è un tempo per ogni cosa, in Esperienza e Teologia, 10 novembre 2010, p. 13.
[2] Ibidem, p. 28.

sabato 14 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito

BEATI NOI!
L'intimità con Gesù



«Mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: 
«Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».
(Lc 11, 27-28)






«Beato te!». È l'espressione con cui esprimiamo invidia o di ammirazione per quanto un altro sta vivendo, per una determinata situazione in cui si trova, per quella particolare cosa che possiede...  
«Beato te!» perché quel che ti sta capitando non può che renderti felice, appagarti, farti sentire estremamente fortunato, in uno stato di beatitudine.
La donna che si rivolge a Gesù dice queste cose in riferimento a Maria, sua madre, beata per averlo portato nel grembo e per averlo allattato. Beata, cioè, per aver vissuto un'esperienza di assoluta e unica intimità con Cristo, quale è il rapporto "viscerale" tra una madre e un figlio. E Maria è beata perché Gesù è l'oggetto di questa sua "fortuna", lui che ha parole di sapienza che nessuno aveva mai pronunciato e gesti d'amore gratuito e potente che nessuno aveva mai compiuto. 
La beatitudine rivolta a Maria è un complimento indiretto al Figlio, la manifestazione di uno stupore incontenibile dinanzi alle meraviglie che quest'uomo compie, alla bellezza interiore che è in lui, al fascino che emana dalla sua persona.
Beata è colei che lo ha tenuto dentro di sé per nove mesi; beata è colei che lo ha nutrito al suo seno. Beata è colei che lo ha cullato, abbracciato, custodito. Beata è colei che può dire "Gesù è mio" come nessun altro potrebbe fare.
Ma Gesù apre a tutti la porta di questa beatitudine: ascoltando la Parola e osservandola – ascoltando e seguendo lui che è la Parola incarnata – ogni uomo può essere beato. L'esperienza unica e irripetibile della maternità divina di Maria diventa accessibile a chiunque. «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 15,20)  dirà Gesù. E la volontà del Padre è questa: ascoltare il Figlio, seguirlo, amarlo. 

mercoledì 4 ottobre 2017

Aspirare alla santità

SAN FRANCESCO, UOMO DI PACE

Ritratto di Francesco (XIII sec.) presso il Sacro Speco, Subiaco

Pace, creato, creatore. Sono parole legate da un unico filo rosso nella vita di Francesco d'Assisi. Ma è un filo rosso che sembra svolgersi tra le contraddizioni dell'esperienza di questo frate, chiamato a parlare di pace, ma destinato a fare la rivoluzione, prima in famiglia e poi nella Chiesa; chiamato a vivere semplicemente tra le intemperie della natura e nel rigore dell'ascesi, eppure destinato a essere cantore della bellezza e potenza del creato; nato tra le ricchezze, ma deciso a sposare Madonna Povertà.
In tutta la sua esistenza Francesco sperimenta con forza le parole del Cristo vergate dall'evangelista Luca: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (Lc 12, 51). Parole che in Francesco diventano carne e sangue. Parole reali, vissute intensamente. La risposta alla chiamata divina si fa, nel piccolo mondo del giovane santo, una spada che recide legami e aspirazioni, che capovolge le aspettative degli altri su di lui, ma anche i suoi stessi desideri, convertendoli in bisogni più profondi, attraverso gli eventi della vita.

I SOGNI DI FRANCESCO

Francesco sogna un futuro da uomo d'armi, ma viene catturato nella battaglia di Collestrada (1202) – primo passo verso la conversione saranno le precarie condizioni di salute in cui ritornerà a casa – e poi, qualche anno dopo, proprio mentre è a Spoleto, pronto a diventare crociato, un sogno lo turba, lo inquieta, invitandolo a «servire il padrone invece che il servo». Torna a casa, tra lo sconcerto e il disappunto di chi lo vede rientrare con le pive nel sacco, come si suol dire.
Francesco sogna poi un mondo migliore, più equo, più giusto verso i meno fortunati. Una volta va a Roma per seguire gli affari del padre, Pietro di Bernardone, e invece di riportare a casa il guadagno, dona tutto ai poveri e fa a cambio di vesti con un mendicante... e si mette a chiedere l'elemosina. Il padre non capisce i sogni di questo ragazzo, che mosso dall'amore per il Signore comincia a guardare tutto da altre prospettive. Quando il figlio si mette a riparare con le proprie mani (e i fondi paterni) la chiesetta di San Damiano, Pietro lo denuncia al Vescovo di Assisi quale dilapidatore dei beni di famiglia. Allora ha luogo la ben conosciuta scena della svestizione di Francesco, che consegna tutti i propri vestiti e la propria biancheria al padre, sottolineando la filiazione primaria con Dio e la necessità di avere, quali uniche ricchezze, quelle del Padre celeste. 
Francesco sogna una Chiesa che badi all'essenziale, a ciò che è veramente importante. Per questo sposa Madonna Povertà, per essere ripieno solo delle ricchezze di Dio. Nella visione di Francesco è importante condurre le anime a Dio, condividendo l'esperienza del Cristo che per amore si fece povero. Francesco, nato ricco, cerca di riportare l'essenza della povertà evangelica in un mondo in cui il divario tra ricchi e poveri è immenso e non di rado si percepisce anche nella stessa Chiesa. Francesco si fa mano tesa verso quegli ultimi a cui nessuno pensa più e che sono diventati lo scarto della società, come accade ai lebbrosi. La sua stessa vita diventa una testimonianza che scatena opinioni diverse, ma che costringe a interrogarsi, nel profondo su ciò che vuol dire essere cristiano.
«Francesco apparve in un momento particolarmente difficile per la vita della Chiesa, travagliata da continue crisi provocate dal sorgere di movimenti di riforma ereticali e lotte di natura politica, in cui il papato era allora uno dei massimi protagonisti. In un ambiente corrotto da ecclesiastici indegni e dalle violenze della società feudale, egli non prese alcuna posizione critica, né aspirò al ruolo di riformatore dei costumi morali della Chiesa, ma ad essa si rivolse sempre con animo di figlio devoto e obbediente. Rendendosi interprete di sentimenti diffusi nel suo tempo, prese a predicare la pace, l'uguaglianza fra gli uomini, il distacco dalle ricchezze e la dignità della povertà, l'amore per tutte le creature di Dio e al disopra di ogni cosa, la venuta del regno di Dio» [1]. 
L'impegno per la pace diventa anche ecumenismo, ma non l'ecumenismo delle armi, conosciuto a quei tempi, ma l'ecumenismo dell'amore, dell'annuncio del Vangelo. I francescani diventano missionari, alcuni perdono subito la vita; lo stesso Francesco varcherà i confini dell'Italia.
I sogni di Francesco mettono a soqquadro le basi di partenza della sua vita: cavaliere, figlio di buona famiglia. Egli diventerà sì un grande personaggio, ma non secondo le logiche della storia umana.

Un filo rosso nella vita del santo

Qual è dunque il filo rosso che lega pace, creato, creatura, in Francesco? È l'amore, è Dio stesso, in sintesi. 
«Anche i luoghi sacri alla contemplazione di Francesco, la Verna e Greccio, spaziano su tutta la creazione, sono luoghi dai quali Francesco non guarda soltanto Dio, ma rimane legato anche a tutta l’umanità che sulle pendici del monte o nella vallata lavora. Francesco non si separa mai dagli uomini. Quale rapporto vive con loro? 
C’è una frase sola, […] nel Testamento, ma è così bella che vale la pena di leggerla. Dice il rapporto di Francesco con tutti gli uomini. Egli vive la sua risposta a Dio e nel rispondere a Dio diviene sacramento di amore per tutta quanta l’umanità, egli diviene colui che è mandato. L’intimità con Dio, l’unione con lui non lo distrae dagli uomini, ma anzi lo fa vivere sempre più intensamente in rapporto con tutti. Salutationem mihi Dominus revelavit ut diceremus: Dominus det tibi pacem […]. Dio suggerisce a san Francesco il rapporto che egli deve stabilire con gli altri uomini ed è un rapporto di umile fraternità, un rapporto di amore: il dono della pace, Pax et bonum, il dono di una concordia. La predicazione di Francesco è soprattutto in questa pace che egli porta. Camminando per le strade egli porta l’amore, egli fa presente in mezzo agli uomini il Cristo, la sua pace. Non ha bisogno di tante parole; saluta. Il saluto implica una comunione di amore, è immediatamente una relazione personale che egli stabile con gli altri […]. Che cos’è questa pace? 
Prima di tutto bisogna ricordare che cos’era la società alla quale era stato mandato Francesco, una società divisa, una società in guerra […]. In fondo la guerra è la condizione normale dell’uomo dopo il peccato […]. Non ci sarà la guerra guerreggiata con le armi, ma ci sarà una guerra economica; non ci sarà una guerra economica e ci sarà una guerra culturale; non ci sarà una guerra culturale e ci sarà una guerra religiosa; non ci sarà una guerra religiosa e ci sarà una guerra razziale […]. Ci sono ancora i peccati in questo mondo? E se ci sono i peccati, c’è la guerra […]; la pace è possibile possederla soltanto personalmente, nella misura in cui i singoli si convertono a Dio. Ed ecco perché san Francesco riceve la rivelazione di Dio. Il saluto che egli porta, ed è il saluto cristiano per eccellenza, prima di tutto non può raggiungere che i singoli, le persone. Francesco ha la rivelazione da Dio di donare la pace, di salutare e di donare agli uomini la pace. È nella sua presenza di fatto che gli uomini si convertono; è nella sua presenza che finalmente gli uomini sono richiamati a Dio e il richiamo a Dio, che è la visione di Francesco che passa, porta anche alle singole anime la pace» [2]. 
Francesco consegna ancora questo messaggio agli uomini del nostro tempo. Insegna loro che anche nel piccolo mondo del quotidiano è possibile essere portatori di pace. Con un saluto buono, sorridente, che sia espressione di benevolenza, di solidarietà, di fraternità cristiana. Con un sorriso che faccia vedere all'altro il volto di Cristo. Volto di amore, di bellezza, di pace.

NOTE

[1] Francesco, il giovane spensierato a cui Dio chiese di riparare la Chiesa, in Famiglia cristiana, 4 ottobre 2016.
[2] Divo Barsotti, San Francesco preghiera vivente, San Paolo, 2008, pp. 316-318. 

lunedì 2 ottobre 2017

Pensieri per lo spirito


UN ANGELO 
SEGNO DELLA DIGNITÀ UMANA


In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: 
«Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». 
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 
Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
(Mt 18, 1-5; 10) 



Siamo tutti così preziosi agli occhi di Dio da avere accanto a noi un angelo che ci protegge, ci consiglia, ci guida. Per farlo capire agli uomini del suo tempo, Gesù usa il riferimento alla figura del bambino, che nella scala sociale non ha importanza e capacità decisionale, non possiede nessun potere, non gode di nessuna ricchezza personale. Il bambino dipende dai genitori, non esercita diritti. Eppure anche lui, anzi, potremmo dire, proprio lui, è talmente rilevante per il Signore da "meritare" la presenza angelica, cioè quella di una creatura che ha uno strettissimo rapporto con Dio, così profondo e spirituale da poter vedere ogni giorno il volto del Padre. Lo stesso volto che neppure Mosè (cfr. Es 33,20) – pur conversando come un amico, faccia a faccia con l'Altissimo – aveva potuto contemplare liberamente; il volto che nell'Antico Testamento a nessuno era concesso guardare senza morire. 
L'uomo è così importante, nella scala divina delle priorità, da avere accanto qualcuno che pur godendo di un tale privilegio si mette a suo servizio, per volere di Dio stesso. Ciascuno è come un bambino, se rapportato al Signore: creatura piccole, che non può accampare pretese, vantare diritti e possedimenti propri. Eppure il Signore fa dell'uomo un figlio, coerede di Cristo, destinato a entrare nella casa del Padre. Per questo il dono dell'angelo ha una rilevanza speciale: è un aiuto per camminare più speditamente verso la meta ed è anch'esso uno dei parametri per valutare la grandezza dell'uomo agli occhi di Dio. La dignità non si misura con il metro umano. Occorre guardare dalla prospettiva dell'Alto per vederla e comprenderla e anche questo può aiutare nel rapportarsi al proprio fratello non con atteggiamento di superiorità, ma in spirito di solidarietà, nella riconoscenza per quel dono che abbiamo ricevuto: l'angelo custode.


venerdì 25 agosto 2017

Pensieri per lo spirito


IL CRISTIANESIMO 
È PER GENTE CORAGGIOSA
Il rischio di perdere, per trovare


«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
(Mt 19, 21)






Il cristianesimo è una faccenda "seria", per gente coraggiosa: non si può essere cristiani deboli e timorosi, altrimenti il rischio non è di esserlo "a metà", ma di non esserlo affatto. Il cristiano deve "osare", lasciare tutto ciò che gli impedisce di seguire il Cristo, fidandosi di lui, delle sue promesse, delle ricompense per chi decide di vivere veramente alla sua sequela.

Distacco dalle "cose"

Seguire Gesù significa imparare a distaccare il proprio cuore dalle cose, e se a volte questo distacco ci è concesso di viverlo poco per volta, quasi in una sorta di allenamento progressivo, altre volte, come accade al giovane ricco della pagina di Matteo (Mt 16, 19-22), la scelta deve essere immediata e radicale. Non ci si può fermare a pensare solo alla classica dicotomia vocazione religiosa/laicale. Sarebbe fin troppo facile. Al giovane ricco Gesù chiede di superare la Legge, di andare "oltre" essa, per seguire Dio fattosi carne, e dunque il suo comandamento nuovo, quello dell'amore reciproco, dell'amore verso Dio, se stessi e il prossimo.
Tante volte, anche al cristiano di oggi viene chiesto di dare un taglio subitaneo a situazioni, rapporti, stili comportamentali e di vita. Può accadere se egli si adagia un cristianesimo "comodo", in cui si accontenta del "minimo sindacale", mentre Gesù chiede, a chi lo vuole seguire veramente, di non limitarsi a questo, ma di liberare fino in fondo il cuore, per andare al di là dei singoli comandamenti e, come direbbe sant'Agostino, fare sempre e tutto solo per amore, con l'amore di Cristo stesso. Solo in questo modo si apriranno ai nostri occhi le infinite situazioni in cui mettere in pratica la legge dell'amore, anche al di fuori delle occasioni "standardizzate" che già conosciamo, e che pensiamo ci bastino «per avere in eredità la vita eterna» (v. 17).
Ma l'episodio evangelico potrebbe essere anche il paradigma di quelle circostanze in cui al cristiano è chiesto di troncare, senza stare a pensarci troppo, situazioni di comodo che mettono a rischio (o l'hanno già fatto) la propria coerenza cristiana. Quelle in cui si può perdere l'onestà, quelle che sono di danno al proprio prossimo, oppure alla propria integrità morale e affettiva. In questi casi non si può tentennare, occorre rapidità nella decisione, serve il coraggio di saper tagliare i ponti con tutto ciò che rende l'uomo non solo meno cristiano, ma, di fondo, meno umano, meno solidale con ciò che la stessa natura umana (la propria e quella degli altri) è e richiede. Insomma, il distacco "coraggioso" che Gesù domanda a chi vuole seguirlo, non è solo quello dalle cose, ma in realtà, da se stessi. Le cose, in fin dei conti, ci piacciono e ci tengono avvinghiati ad esse perché pensiamo ci procurino un qualche bene, soddisfino un nostro bisogno, plachino i nostri desideri.  Siamo attaccati a noi stessi e per questo siamo attaccati alle cose. Diamo loro il potere di "sfamarci".

Perdere per trovare 

«Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Lc 9, 24). 
La chiave per superare l'ostacolo in cui il nostro cuore si incaglia è proprio in queste parole. Se il cristiano si "attacca" realmente a Gesù,  riuscirà (poco per volta, o radicalmente) a staccarsi da se stesso e quindi anche dalle cose. Saprà che il Padre è un Dio provvidente, che pensa ai bisogni dell'uomo (come Gesù sottolinea in Mt 6, 19-34, invitando i discepoli a non preoccuparsi per le necessità materiali) e capirà che l'unica cosa che conta è accumulare tesori in cielo, dove la ricompensa del Padre sarà inimmaginabile, stabile, indistruttibile (Mt 6,19-20), per chi avrà veramente seguito suo Figlio. Gesù lo dice a Pietro: «cento volte tanto e la vita eterna» (Mt 19,29).

Ogni momento è buono per il bene

Come si segue Gesù? Solo pregando, partecipando all'Eucaristia? No, solo questo non basta. Gesù, al dottore della Legge che lo interroga sul comandamento più grande" (cfr. Mt 22,36) risponde indicandone due: amare Dio con tutto se stessi, amare il prossimo come se stessi. L'amore del prossimo passa attraverso ciò che io posso fare per lui: non solo preghiera, ma anche azioni concrete. Se amo me stesso al punto di capire che Dio è il mio unico vero bene, allora non posso non voler portare Dio agli altri, attraverso ogni forma di bene nei suoi confronti: preghiera, vicinanza, aiuto.
La parabola dei lavoratori presi a giornata (Mt 20, 1-16), riletta in chiave "feriale", non solo con riferimento alla vita eterna, sottolinea proprio come non sia mai troppo tardi per lavorare nella vigna del Signore. In questo lavorare c'è, appunto, la preghiera, ma c'è anche l'azione: c'è il lavoro del bene "a giornata" e c'è quello "dell'ultima ora". L'importante è rispondere generosamente alla chiamata del Signore, in qualunque momento essa arrivi. È la vita quotidiana che ci pone dinanzi a questa necessità, nella sua alternanza di giornate in cui siamo chiamati a renderci presenza amorosa per il nostro prossimo in maniera continua e quella in cui solo in determinati momenti suona la richiesta di una gentilezza, di un aiuto, di una parola di conforto. Il coraggio del cristiano è forse più evidente proprio quando il campanello della chiamata suona quando meno ce lo si aspetta, quando si è impegnati in cose apparentemente più importanti, quando si è distratto o svogliati, quando si sta vivendo un momento di apatia o di tristezza. È lì che si riconosce il cristiano forte, coraggioso, che nonostante tutto si rimbocca le maniche e accetta di lavorare, di essere l'operaio nella vigna del Signore. Anche quello dell'ultima ora, dell'ultimo momento. Perché ogni momento è importante per fare il bene, ogni momento è importante per amare di più. Ogni momento del nostro oggi determina l'eternità del nostro domani. 



venerdì 11 agosto 2017

Pensieri per lo spirito

I SEMI DA PIANTARE OGNI GIORNO
Perdere la vita per salvarla



Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; 
se invece muore, produce molto frutto. 
 Chi ama la propria vita, la perde 
e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 
(Gv 12, 24-25)

Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, 
ma perderà la propria vita? 
O che cosa un uomo potrà dare in cambio 
della propria vita? (Mt 16, 25-26)




La liturgia di agosto ci invita a riflettere per due giorni consecutivi sul tema della vita: una vita che può essere persa o guadagnata; amata nel modo giusto o in quello sbagliato; barattata per beni transitori oppure cercata e invocata al posto di ciò che non dura. La parola di Gesù è chiara: non siamo chiamati a essere seme gettato nella spazzatura, scartato come inutile o lasciato seccare all'aria. No, per noi Dio ha pensato ad altro, a essere cioè seme che, nel sacrificio di se stesso una volta interrato, diventa vita, produce frutto, un frutto che sarà, a sua volta, nutrimento ed esistenza per altri. 
L'immagine della sepoltura del seme rimanda a quella della sepoltura nella morte di Cristo che per il cristiano si attua «per mezzo del battesimo», come scrive san Paolo nella sua lettera ai Romani (Rm 6,4). Una sepoltura che implica il rinnegare ogni giorno il peccato per rimanere in quella vita nuova a cui si è stati chiamati, in attesa della personale risurrezione. Ma questa risurrezione si costruisce giorno dopo giorno, attraverso una serie di sepolture nella sepoltura, sepolture feriali che danno senso, vigore al proprio essere immersi nella morte di Cristo, generatrice di vita.
La scelta radicale per il Vangelo – la scelta radicale per Gesù – si manifesta anche in queste "morti quotidiane", sepolture del seme di ogni giorno, affinché proprio ogni giorno si produca frutto, la vita stessa sia vittoriosa e il guadagno parziale del quotidiano si accumuli per un guadagno finale, definitivo, eterno. Se si riuscisse a vivere pensando in questi termini alle rinunce che la vita ci chiede, ai piccoli e grandi sacrifici, ai gesti di amore che a volte ci sottraggono qualcosa, la nostra stessa esistenza cambierebbe. Sentirsi seme che muore è infatti sentirsi seme che vive, che si tramuta in qualcosa di più bello e più utile rispetto al seme stesso, che è solo l'inizio di una lunga avventura, di una catena di generazioni, una staffetta in cui il seme dà vita a frutti, e i frutti ad altri semi, e così in un ciclo lunghissimo, è possibile che la vita continui, bella, piena e... fruttuosa. 
Ogni giorno, dunque, abbiamo tra le nostri mani semi da piantare, mille occasioni dall'aspetto forse dimesso, quasi banale, ma che non vanno sprecate. Sono i semi da interrare, con generosità, in lungo e in largo sul terreno delle nostre 24 ore, sul campo dei incontri che richiedono il nostro tempo e la nostra generosità; nel giardino degli imprevisti e degli inconvenienti che implorano la nostra pazienza; nell'orto della famiglia che invoca attenzione, premura, sensibilità, sopportazione. Non è in gioco solo la nostra vita, ma anche quella degli altri. Solo se riusciremo a intravedere la vita oltre la morte saremo in grado di donare con gioia, nella certezza che il Dio che «ama chi dona con gioia» ricompenserà largamente chi largamente avrà seminato (cfr. 2Cor 9, 6-7), come ha fatto con il Figlio Unigenito, il seme vivente che ha dato la vita per la salvezza del mondo, per la vita di ogni uomo.

lunedì 31 luglio 2017

Pensieri per lo spirito


LA PAZIENZA PER IL REGNO
Costruire nel tempo



Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
(Mt 13, 44)

Mi dissero: «Fa' per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto». Allora io dissi: «Chi ha dell'oro? Toglietevelo!». Essi me lo hanno dato; io l'ho gettato nel fuoco e ne è uscito questo vitello.
(Es 32, 23-29)




IL REGNO DEI CIELI È IL VERO TESORO

Il Vangelo della XVII domenica del Tempo Ordinario si concentra sulla preziosità del Regno dei cieli: esso ha un valore così inestimabile che vale la pena disfarsi di tutto ciò che si possiede, pur di comprarlo. Matteo usa delle immagini vivide per descrivere lo stupore che dovrebbe destare nell'uomo la scoperta del Regno: esso è una perla preziosa finalmente trovata da un mercante o anche un tesoro nascosto nel campo, improvvisamente rintracciato da un uomo. Chi trova l'uno e l'altro compie, a prima vista, la più grande follia immaginabile: torna indietro, pieno di gioia, per vendere tutto ciò che possiede e comprare il campo /la perla, e così avere il proprio tesoro.
Ma in realtà l'azione è sensata: l'alea dell'attesa, ricolmata di entusiasmo, in cui si va a vendere i propri beni, sarà ricompensata dal bene maggiore ottenuto alla fine: il tempo dell'attesa è il tempo del sogno, in cui già si pregusta l'appagamento finale del desiderio iniziale, suscitato dalla scoperta.
La gioia di cui è intrisa la pagina del Vangelo facilmente ci contagia e ci infiamma... eppure la vita di tutti i giorni è piena di  situazioni che rendono difficile al Regno – seme di vita – attecchire, trovare in noi terreno buono, privo di soffocazioni che lo facciano morire o di uccelli che vengano a privarci di ciò che in noi è stato seminato. A tal proposito è allora interessante notare come la Parola di Dio proclamata il lunedì della XVII settimana offra la possibilità di continuare a riflettere sullo stesso argomento, illustrando ciò che rende spesso ostica, per l'uomo, questa sorta di "compravendita spirituale": il tempo e l'impazienza.

L'impazienza del popolo d'Israele...

La Prima Lettura, tratta dal libro dell'Esodo, riporta l'episodio degli israeliti che, attendendo il ritorno di Mosè dal monte Sinai, stanchi (impazienti!) per il trascorrere del tempo, chiedono ad Aronne di fabbricare una divinità che si ponga alla loro guida, offrendo tutto il proprio oro da fondere per ottenere il ben noto vitello d'oro. Vitello che sarà poi adorato proprio come si era soliti fare con il vero Dio. L'impazienza del popolo conduce così all'idolatria: per "ottenere" l'idolo viene dato tutto ciò che si possiede, ma questo sacrificio non produrrà frutto, perché mentre il Regno dei cieli nasce da un seme e matura fino a divenire un grande albero, il regno degli idoli è un seme morto, piantato su terra sterile, incapace di produrre qualcosa. Il Salmista dirà infatti che l'idolo è un dio che ha occhi, ma non vede; orecchi, ma non sente; bocca, ma non parla; piedi, ma non cammina. E conclude con un'amara constatazione-profezia: 
«Diventi come loro chi li fabbrica
e chiunque in essi confida!» (Sal 115, 8).
Detto in altri termini, il Regno dei cieli, proprio perché mette in comunicazione l'uomo con il Dio vivente, genera vita e rende l'uomo ancora più vivo, veramente vivo; il regno degli idoli rapporta l'essere umano a un non vivente, o una falsa forma di vita: la sua capacità di dissetare i bisogni più profondi dell'uomo e di dare gioia sarà solo fittizia e temporanea. Si rivelerà un bluff, contagerà l'uomo di vuoto e di disperazione. Condurrà dall'iniziale senso di vita alla morte interiore.

... è la nostra impazienza

Ma l'impazienza del popolo ebreo è in realtà il paradigma dell'impazienza degli uomini di ogni tempo in attesa di Dio. 
L'uomo non sa aspettare, insegue il sogno di un regno che si costruisca nell'immediato, in cui siano istantaneamente cancellate ingiustizia e cattiveria dal mondo, affinché tutti vivano in pace e benessere. Questo vale anche nei confronti dell'uomo verso se stesso: l'iniziale gioia all'idea del Regno viene sostituita dall'impazienza dinanzi ai propri difetti, alle proprie mancanze, alle difficoltà nel cambiamento, al dolore per il distacco da ciò che si possiede (soprattutto in termini immateriali: abitudini, vizi, etc. etc.). 
Eppure la pazienza è uno degli "ingredienti" del Regno e Gesù stesso lo sottolinea quando, tra le tante immagini usate per descriverlo, cita quello della rete da pesca gettata nel mare: solo quando essa sarà piena verrà ritirata e allora i pescatori passeranno in rassegna i pesci, separando quelli buoni da quelli cattivi.

Lavorare per il Regno

L'altra immagine, quella del granello di senape gettato nel campo, è anch'essa eloquente: il seme con il tempo matura e cresce, diventa un grande albero sui cui rami gli uccelli nidificano. C'è anche qui la dimensione necessaria del trascorrere del tempo e della pazienza con cui occorre aspettare di ottenere dei frutti. Ma il risultato finale è sorprendente: da un piccolo seme nasce un albero, che diventa utile anche per molte creature (cfr. Mt 13,32). È questa la dimensione "altruista" del Regno, che non è un sistema chiuso in se stesso, ma aperto, per l'altro, qualcosa da condividere, non da tenere stretto, come un talento sotterrato. E proprio grazie a tale immagine si può meglio comprendere il valore inestimabile, la grandezza di ciò che si acquista rinunciando a tutto il resto, ma anche la necessità dell'impegno personale affinché quell'immagine di Regno di giustizia e di pace a cui l'uomo aspira e il cui seme è già in questo mondo, si attui definitivamente, costruendo giorno dopo giorno i rami del grande albero nati dal piccolo seme. Il Regno piantato nel cuore dell'uomo ha bisogno di essere coltivato quotidianamente, con la pazienza dell'agricoltore che attende il ciclo delle stagioni e i tempi adeguati per la maturazione dei frutti, ma che sa anche accettare le avversità della natura, le intemperie che distruggono, la zizzania che cresce nel campo. Lavorare per il Regno implica il coraggio per non abbattersi e per ricominciare sempre, nella consapevolezza che il suo seme non muore per sempre, ma ha in sé il germe della vita, capace di far fiorire anche il deserto.

venerdì 30 giugno 2017

Sguardo cristiano su notizie di attualità


PRESUNZIONE DI FELICITÀ
Riflessioni sulla sentenza della CEDU a riguardo del piccolo Charlie Gard



Una sentenza che mina il diritto alla vita,
la responsabilità genitoriale e il progresso scientifico

La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che ha decretato la morte obbligatoria (andando direttamente al sodo) del piccolo Charlie Gard ci dovrebbe inquietare e farci riflettere.
In primis perché un essere umano che ancora non ha la possibilità di autodeterminarsi è stato condannato a morire; in secondo luogo perché anche quelli che avrebbe dovuto decidere per lui (legalmente parlando), e cioè i suoi genitori, sono stati privati (se vogliamo esprimerci in termini molto pratici) di quella che oggi viene definita responsabilità genitoriale (la patria potestà di una volta, per intenderci). È una privazione di fatto, perché concretamente il padre e la madre di Charlie non hanno potuto decidere in quale modo occuparsi al meglio del proprio bambino, come curarlo, come dargli una possibilità di continuare a vivere. È stata negata loro finanche la possibilità di far morire il piccolo in casa propria, rimandando di qualche giorno il fine vita per far circondare il bambino dell'affetto dei parenti. Ritenuti dunque incapaci di "gestire" questa intera "situazione", il potere giudiziario si è sostituito a essi. La Corte ha ritenuto che Charlie, malato di una malattia incurabile, stesse soffrendo troppo e avrebbe sofferto troppo... e per giunta, inutilmente. Siamo al parossismo: il diritto alla vita cede il posto al diritto alla fine sofferenza, come se la lotta per la vita fosse tortura, punizione crudele e inumana (mi rifaccio al linguaggio della Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo del 9 dicembre 1948).
Ma la sentenza è preoccupante anche per un altro motivo: vietare una terapia sperimentale a Charlie (terapia il cui costo sarebbe stato a carico dei genitori, non di uno Stato), significa in realtà impedire la speranza della guarigione (o di uno stato di vita migliore) non solo a questo bambino in particolare, ma anche alle altre poche persone (ma non per questo non meritevoli del diritto alla salute e/o a una migliore qualità della vita)  che in tutto il mondo soffrono della stessa patologia.
Insomma, questa sentenza non solo dichiara scacco matto alla vita di un bambino e ai suoi genitori, ma anche al progresso scientifico a favore dell'uomo.
Infine, ed è questo su cui mi vorrei soffermare di più, sul piano etico e morale questa sentenza opera una presunzione di infelicità che stride con altri provvedimenti legislativi e giudiziari nazionali ed extranazionali, i quali invece sono stati adottati sulla base di una presunzione di felicità (spesso trascurando studi scientifici di varia natura, come quelli psicologici) di creature che, proprio come Charlie, non hanno ancora la capacità di esprimere una volontà propria.   

Presunzione di felicità 

Mentre i giornali danno la notizia della spina che oggi sarà staccata al piccolo Charlie, sulle stesse pagine dei rotocalchi compare la foto di Cristiano Ronaldo con i suoi gemelli, nati da utero in affitto. È uno stridore che fa venire alla mente molte altre situazioni, come l'affido dei bambini a coppie di persone dello stesso sesso.
Evidentemente, bisogna avere il coraggio di dirlo, i tribunali e i legislatori decidono con grande facilità ciò che rende felice o infelice un bambino. Per esempio, sappiamo tutti che in Italia un bambino può essere adottato da persone single solo in casi particolarissimi, che di fatto rendono in realtà preclusa questa possibilità alla maggioranza degli individui che vorrebbero aiutare un minore senza genitori, donandogli amore, cure, educazione e nonostante a volte le richieste arrivino da persone sane fisicamente e psicologicamente e senza problemi economici.
Siamo dinanzi a disparità ingiustificabili, in cui di volta in volta si tirano fuori motivazioni sul benessere psicologico, sulla stabilità affettiva dei minori, sull'importanza del nucleo familiare.
Sentenze come quelle che riguardano Charlie evidenziano proprio la mancanza di criteri veramente oggettivi e unici al riguardo e palesano una sorta di arbitrarietà che dovrebbe impensierirci e farci chiedere quale rotta stia imboccando la nostra società (e soprattutto i detentori del potere normativo e giudiziario) se il diritto alla vita e alla salute vengono messi in discussione fino al punto che sia un giudice a decidere chi possa curarsi e chi no, chi possa vivere e chi no, a sancire sulla base di criteri apparentemente uguali, ma in realtà di volta in volta sbilanciati ora a favore di una tesi ora di un'altra, quali persone possano assicurare il meglio per un minore.
Sembriamo essere passati attraverso gli estremi di un filo, dall'importanza del nucleo familiare così come è sempre stato riconosciuto anche dal diritto naturale (un uomo e una donna uniti in matrimonio) all'apertura di possibilità per maternità surrogata e coppie dello stesso stesso, negando però, come fa questa sentenza, che i diritti di una vera e propria famiglia possano essere esercitati.
Ho letto commenti in cui i genitori del piccolo Charlie sono stati criticati per aver voluto esercitare un diritto al figlio. Anche questo è inquietante. Sono altri gli atteggiamenti che esprimono la mentalità del diritto al figlio, e niente hanno a che vedere con il desiderio di due genitori di offrire tutte le possibilità a un bambino di continuare a vivere e di vivere meglio. I genitori di Charlie hanno dato il giusto peso al fondamentale e più inalienabile dei diritti: quello alla vita.
La sentenza della Cedu, invece, sembra introdurci in una sorta di eugenetica moderna e dovrebbe spaventarci tutti, perché mina ancora di più il già minato istituto della famiglia, ma anche e soprattutto quello alla vita, e distorce l'idea della scienza – e del progresso a esso collegato – che può aprire orizzonti di speranza per molti ammalati.
E apre uno spartiacque pericoloso sulla presunzione di felicità che, in fondo, potrebbe riguardare molti campi e molte persone, uomini e donne, adulti e bambini.