venerdì 25 agosto 2017

Pensieri per lo spirito


IL CRISTIANESIMO 
È PER GENTE CORAGGIOSA
Il rischio di perdere, per trovare


«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
(Mt 19, )






Il cristianesimo è una faccenda "seria", per gente coraggiosa: non si può essere cristiani deboli e timorosi, altrimenti il rischio non è di esserlo "a metà", ma di non esserlo affatto. Il cristiano deve "osare", lasciare tutto ciò che gli impedisce di seguire il Cristo, fidandosi di lui, delle sue promesse, delle ricompense per chi decide di vivere veramente alla sua sequela.

Distacco dalle "cose"

Seguire Gesù significa imparare a distaccare il proprio cuore dalle cose, e se a volte questo distacco ci è concesso di viverlo poco per volta, quasi in una sorta di allenamento progressivo, altre volte, come accade al giovane ricco della pagina di Matteo (Mt 16, 19-22), la scelta deve essere immediata e radicale. Non ci si può fermare a pensare solo alla classica dicotomia vocazione religiosa/laicale. Sarebbe fin troppo facile. Al giovane ricco Gesù chiede di superare la Legge, di andare "oltre" essa, per seguire Dio fattosi carne, e dunque il suo comandamento nuovo, quello dell'amore reciproco, dell'amore verso Dio, se stessi e il prossimo.
Tante volte, anche al cristiano di oggi viene chiesto di dare un taglio subitaneo a situazioni, rapporti, stili comportamentali e di vita. Può accadere se egli si adagia un cristianesimo "comodo", in cui si accontenta del "minimo sindacale", mentre Gesù chiede, a chi lo vuole seguire veramente, di non limitarsi a questo, ma di liberare fino in fondo il cuore, per andare al di là dei singoli comandamenti e, come direbbe sant'Agostino, fare sempre e tutto solo per amore, con l'amore di Cristo stesso. Solo in questo modo si apriranno ai nostri occhi le infinite situazioni in cui mettere in pratica la legge dell'amore, anche al di fuori delle occasioni "standardizzate" che già conosciamo, e che pensiamo ci bastino «per avere in eredità la vita eterna» (v. 17).
Ma l'episodio evangelico potrebbe essere anche il paradigma di quelle circostanze in cui al cristiano è chiesto di troncare, senza stare a pensarci troppo, situazioni di comodo che mettono a rischio (o l'hanno già fatto) la propria coerenza cristiana. Quelle in cui si può perdere l'onestà, quelle che sono di danno al proprio prossimo, oppure alla propria integrità morale e affettiva. In questi casi non si può tentennare, occorre rapidità nella decisione, serve il coraggio di saper tagliare i ponti con tutto ciò che rende l'uomo non solo meno cristiano, ma, di fondo, meno umano, meno solidale con ciò che la stessa natura umana (la propria e quella degli altri) è e richiede. Insomma, il distacco "coraggioso" che Gesù domanda a chi vuole seguirlo, non è solo quello dalle cose, ma in realtà, da se stessi. Le cose, in fin dei conti, ci piacciono e ci tengono avvinghiati ad esse perché pensiamo ci procurino un qualche bene, soddisfino un nostro bisogno, plachino i nostri desideri.  Siamo attaccati a noi stessi e per questo siamo attaccati alle cose. Diamo loro il potere di "sfamarci".

Perdere per trovare 

«Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Lc 9, 24). 
La chiave per superare l'ostacolo in cui il nostro cuore si incaglia è proprio in queste parole. Se il cristiano si "attacca" realmente a Gesù,  riuscirà (poco per volta, o radicalmente) a staccarsi da se stesso e quindi anche dalle cose. Saprà che il Padre è un Dio provvidente, che pensa ai bisogni dell'uomo (come Gesù sottolinea in Mt 6, 19-34, invitando i discepoli a non preoccuparsi per le necessità materiali) e capirà che l'unica cosa che conta è accumulare tesori in cielo, dove la ricompensa del Padre sarà inimmaginabile, stabile, indistruttibile (Mt 6,19-20), per chi avrà veramente seguito suo Figlio. Gesù lo dice a Pietro: «cento volte tanto e la vita eterna» (Mt 19,29).

Ogni momento è buono per il bene

Come si segue Gesù? Solo pregando, partecipando all'Eucaristia? No, solo questo non basta. Gesù, al dottore della Legge che lo interroga sul comandamento più grande" (cfr. Mt 22,36) risponde indicandone due: amare Dio con tutto se stessi, amare il prossimo come se stessi. L'amore del prossimo passa attraverso ciò che io posso fare per lui: non solo preghiera, ma anche azioni concrete. Se amo me stesso al punto di capire che Dio è il mio unico vero bene, allora non posso non voler portare Dio agli altri, attraverso ogni forma di bene nei suoi confronti: preghiera, vicinanza, aiuto.
La parabola dei lavoratori presi a giornata (Mt 20, 1-16), riletta in chiave "feriale", non solo con riferimento alla vita eterna, sottolinea proprio come non sia mai troppo tardi per lavorare nella vigna del Signore. In questo lavorare c'è, appunto, la preghiera, ma c'è anche l'azione: c'è il lavoro del bene "a giornata" e c'è quello "dell'ultima ora". L'importante è rispondere generosamente alla chiamata del Signore, in qualunque momento essa arrivi. È la vita quotidiana che ci pone dinanzi a questa necessità, nella sua alternanza di giornate in cui siamo chiamati a renderci presenza amorosa per il nostro prossimo in maniera continua e quella in cui solo in determinati momenti suona la richiesta di una gentilezza, di un aiuto, di una parola di conforto. Il coraggio del cristiano è forse più evidente proprio quando il campanello della chiamata suona quando meno ce lo si aspetta, quando si è impegnati in cose apparentemente più importanti, quando si è distratto o svogliati, quando si sta vivendo un momento di apatia o di tristezza. È lì che si riconosce il cristiano forte, coraggioso, che nonostante tutto si rimbocca le maniche e accetta di lavorare, di essere l'operaio nella vigna del Signore. Anche quello dell'ultima ora, dell'ultimo momento. Perché ogni momento è importante per fare il bene, ogni momento è importante per amare di più. Ogni momento del nostro oggi determina l'eternità del nostro domani. 



venerdì 11 agosto 2017

Pensieri per lo spirito

I SEMI DA PIANTARE OGNI GIORNO
Perdere la vita per salvarla



Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; 
se invece muore, produce molto frutto. 
 Chi ama la propria vita, la perde 
e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 
(Gv 12, 24-25)

Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, 
ma perderà la propria vita? 
O che cosa un uomo potrà dare in cambio 
della propria vita? (Mt 16, 25-26)




La liturgia di agosto ci invita a riflettere per due giorni consecutivi sul tema della vita: una vita che può essere persa o guadagnata; amata nel modo giusto o in quello sbagliato; barattata per beni transitori oppure cercata e invocata al posto di ciò che non dura. La parola di Gesù è chiara: non siamo chiamati a essere seme gettato nella spazzatura, scartato come inutile o lasciato seccare all'aria. No, per noi Dio ha pensato ad altro, a essere cioè seme che, nel sacrificio di se stesso una volta interrato, diventa vita, produce frutto, un frutto che sarà, a sua volta, nutrimento ed esistenza per altri. 
L'immagine della sepoltura del seme rimanda a quella della sepoltura nella morte di Cristo che per il cristiano si attua «per mezzo del battesimo», come scrive san Paolo nella sua lettera ai Romani (Rm 6,4). Una sepoltura che implica il rinnegare ogni giorno il peccato per rimanere in quella vita nuova a cui si è stati chiamati, in attesa della personale risurrezione. Ma questa risurrezione si costruisce giorno dopo giorno, attraverso una serie di sepolture nella sepoltura, sepolture feriali che danno senso, vigore al proprio essere immersi nella morte di Cristo, generatrice di vita.
La scelta radicale per il Vangelo – la scelta radicale per Gesù – si manifesta anche in queste "morti quotidiane", sepolture del seme di ogni giorno, affinché proprio ogni giorno si produca frutto, la vita stessa sia vittoriosa e il guadagno parziale del quotidiano si accumuli per un guadagno finale, definitivo, eterno. Se si riuscisse a vivere pensando in questi termini alle rinunce che la vita ci chiede, ai piccoli e grandi sacrifici, ai gesti di amore che a volte ci sottraggono qualcosa, la nostra stessa esistenza cambierebbe. Sentirsi seme che muore è infatti sentirsi seme che vive, che si tramuta in qualcosa di più bello e più utile rispetto al seme stesso, che è solo l'inizio di una lunga avventura, di una catena di generazioni, una staffetta in cui il seme dà vita a frutti, e i frutti ad altri semi, e così in un ciclo lunghissimo, è possibile che la vita continui, bella, piena e... fruttuosa. 
Ogni giorno, dunque, abbiamo tra le nostri mani semi da piantare, mille occasioni dall'aspetto forse dimesso, quasi banale, ma che non vanno sprecate. Sono i semi da interrare, con generosità, in lungo e in largo sul terreno delle nostre 24 ore, sul campo dei incontri che richiedono il nostro tempo e la nostra generosità; nel giardino degli imprevisti e degli inconvenienti che implorano la nostra pazienza; nell'orto della famiglia che invoca attenzione, premura, sensibilità, sopportazione. Non è in gioco solo la nostra vita, ma anche quella degli altri. Solo se riusciremo a intravedere la vita oltre la morte saremo in grado di donare con gioia, nella certezza che il Dio che «ama chi dona con gioia» ricompenserà largamente chi largamente avrà seminato (cfr. 2Cor 9, 6-7), come ha fatto con il Figlio Unigenito, il seme vivente che ha dato la vita per la salvezza del mondo, per la vita di ogni uomo.

lunedì 31 luglio 2017

Pensieri per lo spirito


LA PAZIENZA PER IL REGNO
Costruire nel tempo



Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
(Mt 13, 44)

Mi dissero: «Fa' per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto». Allora io dissi: «Chi ha dell'oro? Toglietevelo!». Essi me lo hanno dato; io l'ho gettato nel fuoco e ne è uscito questo vitello.
(Es 32, 23-29)




IL REGNO DEI CIELI È IL VERO TESORO

Il Vangelo della XVII domenica del Tempo Ordinario si concentra sulla preziosità del Regno dei cieli: esso ha un valore così inestimabile che vale la pena disfarsi di tutto ciò che si possiede, pur di comprarlo. Matteo usa delle immagini vivide per descrivere lo stupore che dovrebbe destare nell'uomo la scoperta del Regno: esso è una perla preziosa finalmente trovata da un mercante o anche un tesoro nascosto nel campo, improvvisamente rintracciato da un uomo. Chi trova l'uno e l'altro compie, a prima vista, la più grande follia immaginabile: torna indietro, pieno di gioia, per vendere tutto ciò che possiede e comprare il campo /la perla, e così avere il proprio tesoro.
Ma in realtà l'azione è sensata: l'alea dell'attesa, ricolmata di entusiasmo, in cui si va a vendere i propri beni, sarà ricompensata dal bene maggiore ottenuto alla fine: il tempo dell'attesa è il tempo del sogno, in cui già si pregusta l'appagamento finale del desiderio iniziale, suscitato dalla scoperta.
La gioia di cui è intrisa la pagina del Vangelo facilmente ci contagia e ci infiamma... eppure la vita di tutti i giorni è piena di  situazioni che rendono difficile al Regno – seme di vita – attecchire, trovare in noi terreno buono, privo di soffocazioni che lo facciano morire o di uccelli che vengano a privarci di ciò che in noi è stato seminato. A tal proposito è allora interessante notare come la Parola di Dio proclamata il lunedì della XVII settimana offra la possibilità di continuare a riflettere sullo stesso argomento, illustrando ciò che rende spesso ostica, per l'uomo, questa sorta di "compravendita spirituale": il tempo e l'impazienza.

L'impazienza del popolo d'Israele...

La Prima Lettura, tratta dal libro dell'Esodo, riporta l'episodio degli israeliti che, attendendo il ritorno di Mosè dal monte Sinai, stanchi (impazienti!) per il trascorrere del tempo, chiedono ad Aronne di fabbricare una divinità che si ponga alla loro guida, offrendo tutto il proprio oro da fondere per ottenere il ben noto vitello d'oro. Vitello che sarà poi adorato proprio come si era soliti fare con il vero Dio. L'impazienza del popolo conduce così all'idolatria: per "ottenere" l'idolo viene dato tutto ciò che si possiede, ma questo sacrificio non produrrà frutto, perché mentre il Regno dei cieli nasce da un seme e matura fino a divenire un grande albero, il regno degli idoli è un seme morto, piantato su terra sterile, incapace di produrre qualcosa. Il Salmista dirà infatti che l'idolo è un dio che ha occhi, ma non vede; orecchi, ma non sente; bocca, ma non parla; piedi, ma non cammina. E conclude con un'amara constatazione-profezia: 
«Diventi come loro chi li fabbrica
e chiunque in essi confida!» (Sal 115, 8).
Detto in altri termini, il Regno dei cieli, proprio perché mette in comunicazione l'uomo con il Dio vivente, genera vita e rende l'uomo ancora più vivo, veramente vivo; il regno degli idoli rapporta l'essere umano a un non vivente, o una falsa forma di vita: la sua capacità di dissetare i bisogni più profondi dell'uomo e di dare gioia sarà solo fittizia e temporanea. Si rivelerà un bluff, contagerà l'uomo di vuoto e di disperazione. Condurrà dall'iniziale senso di vita alla morte interiore.

... è la nostra impazienza

Ma l'impazienza del popolo ebreo è in realtà il paradigma dell'impazienza degli uomini di ogni tempo in attesa di Dio. 
L'uomo non sa aspettare, insegue il sogno di un regno che si costruisca nell'immediato, in cui siano istantaneamente cancellate ingiustizia e cattiveria dal mondo, affinché tutti vivano in pace e benessere. Questo vale anche nei confronti dell'uomo verso se stesso: l'iniziale gioia all'idea del Regno viene sostituita dall'impazienza dinanzi ai propri difetti, alle proprie mancanze, alle difficoltà nel cambiamento, al dolore per il distacco da ciò che si possiede (soprattutto in termini immateriali: abitudini, vizi, etc. etc.). 
Eppure la pazienza è uno degli "ingredienti" del Regno e Gesù stesso lo sottolinea quando, tra le tante immagini usate per descriverlo, cita quello della rete da pesca gettata nel mare: solo quando essa sarà piena verrà ritirata e allora i pescatori passeranno in rassegna i pesci, separando quelli buoni da quelli cattivi.

Lavorare per il Regno

L'altra immagine, quella del granello di senape gettato nel campo, è anch'essa eloquente: il seme con il tempo matura e cresce, diventa un grande albero sui cui rami gli uccelli nidificano. C'è anche qui la dimensione necessaria del trascorrere del tempo e della pazienza con cui occorre aspettare di ottenere dei frutti. Ma il risultato finale è sorprendente: da un piccolo seme nasce un albero, che diventa utile anche per molte creature (cfr. Mt 13,32). È questa la dimensione "altruista" del Regno, che non è un sistema chiuso in se stesso, ma aperto, per l'altro, qualcosa da condividere, non da tenere stretto, come un talento sotterrato. E proprio grazie a tale immagine si può meglio comprendere il valore inestimabile, la grandezza di ciò che si acquista rinunciando a tutto il resto, ma anche la necessità dell'impegno personale affinché quell'immagine di Regno di giustizia e di pace a cui l'uomo aspira e il cui seme è già in questo mondo, si attui definitivamente, costruendo giorno dopo giorno i rami del grande albero nati dal piccolo seme. Il Regno piantato nel cuore dell'uomo ha bisogno di essere coltivato quotidianamente, con la pazienza dell'agricoltore che attende il ciclo delle stagioni e i tempi adeguati per la maturazione dei frutti, ma che sa anche accettare le avversità della natura, le intemperie che distruggono, la zizzania che cresce nel campo. Lavorare per il Regno implica il coraggio per non abbattersi e per ricominciare sempre, nella consapevolezza che il suo seme non muore per sempre, ma ha in sé il germe della vita, capace di far fiorire anche il deserto.

venerdì 30 giugno 2017

Sguardo cristiano su notizie di attualità


PRESUNZIONE DI FELICITÀ
Riflessioni sulla sentenza della CEDU a riguardo del piccolo Charlie Gard



Una sentenza che mina il diritto alla vita,
la responsabilità genitoriale e il progresso scientifico

La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che ha decretato la morte obbligatoria (andando direttamente al sodo) del piccolo Charlie Gard ci dovrebbe inquietare e farci riflettere.
In primis perché un essere umano che ancora non ha la possibilità di autodeterminarsi è stato condannato a morire; in secondo luogo perché anche quelli che avrebbe dovuto decidere per lui (legalmente parlando), e cioè i suoi genitori, sono stati privati (se vogliamo esprimerci in termini molto pratici) di quella che oggi viene definita responsabilità genitoriale (la patria potestà di una volta, per intenderci). È una privazione di fatto, perché concretamente il padre e la madre di Charlie non hanno potuto decidere in quale modo occuparsi al meglio del proprio bambino, come curarlo, come dargli una possibilità di continuare a vivere. È stata negata loro finanche la possibilità di far morire il piccolo in casa propria, rimandando di qualche giorno il fine vita per far circondare il bambino dell'affetto dei parenti. Ritenuti dunque incapaci di "gestire" questa intera "situazione", il potere giudiziario si è sostituito a essi. La Corte ha ritenuto che Charlie, malato di una malattia incurabile, stesse soffrendo troppo e avrebbe sofferto troppo... e per giunta, inutilmente. Siamo al parossismo: il diritto alla vita cede il posto al diritto alla fine sofferenza, come se la lotta per la vita fosse tortura, punizione crudele e inumana (mi rifaccio al linguaggio della Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo del 9 dicembre 1948).
Ma la sentenza è preoccupante anche per un altro motivo: vietare una terapia sperimentale a Charlie (terapia il cui costo sarebbe stato a carico dei genitori, non di uno Stato), significa in realtà impedire la speranza della guarigione (o di uno stato di vita migliore) non solo a questo bambino in particolare, ma anche alle altre poche persone (ma non per questo non meritevoli del diritto alla salute e/o a una migliore qualità della vita)  che in tutto il mondo soffrono della stessa patologia.
Insomma, questa sentenza non solo dichiara scacco matto alla vita di un bambino e ai suoi genitori, ma anche al progresso scientifico a favore dell'uomo.
Infine, ed è questo su cui mi vorrei soffermare di più, sul piano etico e morale questa sentenza opera una presunzione di infelicità che stride con altri provvedimenti legislativi e giudiziari nazionali ed extranazionali, i quali invece sono stati adottati sulla base di una presunzione di felicità (spesso trascurando studi scientifici di varia natura, come quelli psicologici) di creature che, proprio come Charlie, non hanno ancora la capacità di esprimere una volontà propria.   

Presunzione di felicità 

Mentre i giornali danno la notizia della spina che oggi sarà staccata al piccolo Charlie, sulle stesse pagine dei rotocalchi compare la foto di Cristiano Ronaldo con i suoi gemelli, nati da utero in affitto. È uno stridore che fa venire alla mente molte altre situazioni, come l'affido dei bambini a coppie di persone dello stesso sesso.
Evidentemente, bisogna avere il coraggio di dirlo, i tribunali e i legislatori decidono con grande facilità ciò che rende felice o infelice un bambino. Per esempio, sappiamo tutti che in Italia un bambino può essere adottato da persone single solo in casi particolarissimi, che di fatto rendono in realtà preclusa questa possibilità alla maggioranza degli individui che vorrebbero aiutare un minore senza genitori, donandogli amore, cure, educazione e nonostante a volte le richieste arrivino da persone sane fisicamente e psicologicamente e senza problemi economici.
Siamo dinanzi a disparità ingiustificabili, in cui di volta in volta si tirano fuori motivazioni sul benessere psicologico, sulla stabilità affettiva dei minori, sull'importanza del nucleo familiare.
Sentenze come quelle che riguardano Charlie evidenziano proprio la mancanza di criteri veramente oggettivi e unici al riguardo e palesano una sorta di arbitrarietà che dovrebbe impensierirci e farci chiedere quale rotta stia imboccando la nostra società (e soprattutto i detentori del potere normativo e giudiziario) se il diritto alla vita e alla salute vengono messi in discussione fino al punto che sia un giudice a decidere chi possa curarsi e chi no, chi possa vivere e chi no, a sancire sulla base di criteri apparentemente uguali, ma in realtà di volta in volta sbilanciati ora a favore di una tesi ora di un'altra, quali persone possano assicurare il meglio per un minore.
Sembriamo essere passati attraverso gli estremi di un filo, dall'importanza del nucleo familiare così come è sempre stato riconosciuto anche dal diritto naturale (un uomo e una donna uniti in matrimonio) all'apertura di possibilità per maternità surrogata e coppie dello stesso stesso, negando però, come fa questa sentenza, che i diritti di una vera e propria famiglia possano essere esercitati.
Ho letto commenti in cui i genitori del piccolo Charlie sono stati criticati per aver voluto esercitare un diritto al figlio. Anche questo è inquietante. Sono altri gli atteggiamenti che esprimono la mentalità del diritto al figlio, e niente hanno a che vedere con il desiderio di due genitori di offrire tutte le possibilità a un bambino di continuare a vivere e di vivere meglio. I genitori di Charlie hanno dato il giusto peso al fondamentale e più inalienabile dei diritti: quello alla vita.
La sentenza della Cedu, invece, sembra introdurci in una sorta di eugenetica moderna e dovrebbe spaventarci tutti, perché mina ancora di più il già minato istituto della famiglia, ma anche e soprattutto quello alla vita, e distorce l'idea della scienza – e del progresso a esso collegato – che può aprire orizzonti di speranza per molti ammalati.
E apre uno spartiacque pericoloso sulla presunzione di felicità che, in fondo, potrebbe riguardare molti campi e molte persone, uomini e donne, adulti e bambini.

lunedì 26 giugno 2017

Pensieri per lo spirito


CORREGGERE NON È GIUDICARE
Camminare insieme nella correzione fraterna



In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Non giudicate, per non essere giudicati; 
perché con il giudizio con il quale giudicate 
sarete giudicati voi 
e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. 
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, 
e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 
O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? 
Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene 
per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». 
(Mt 7, 1-5)

Collaert Hans I, La parabola della pagliuzza e della trave, XVI sec.


CORREZIONE O GIUDIZIO?

Per rileggere questo brano di Vangelo si può partire dal basso, dalle ultime righe: l'uomo può correggere il proprio fratello, ma solo se in precedenza ha saputo effettuare una valutazione critica e sincera di se stesso, alla luce degli insegnamenti di Cristo, e ha messo in atto una strategia di "autocorrezione". In un certo senso Gesù ci dice che possiamo essere giudici solamente di noi stessi e che analizzando senza finzione i nostri sentimenti, le nostre motivazioni e finalità, possiamo capire cosa permane di anti-evangelico, e così provare a estirpare la zizzania che cresce in noi. Questa sincerità con noi stessi ci permetterà di avere quella limpidezza dello sguardo che sa cogliere le pagliuzze, i difetti e le mancanze anche negli altri senza giudicare il fratello, e ci consentirà di intervenire in spirito di correzione fraterna.
Il messaggio è chiaro: correzione, non giudizio. L'uomo non è creato per ergersi ad arbitro delle intenzioni del cuore altrui: quello è infatti un compito che spetta solo al Signore, l'unico capace (veramente) di andare oltre le apparenze, di vedere l'interno della creatura, di scrutarlo e conoscerlo in profondità prima ancora che agisca.
Di primo acchito sembra una contraddizione: correggere, identificando un atteggiamento sbagliato dell'altro, non è già giudicare? In realtà no, non lo è.
Quando si corregge l'altro si dovrebbe puntare l'attenzione sull'aspetto esteriore di ciò che si vede, senza etichettare le persone (come invece spesso facciamo) sotto le categorie di "buono-cattivo / generoso-egoista / umile-superbo" e via dicendo.

Correggere: un percorso da fare assieme

L'atto del correggere, come la stessa etimologia della parola suggerisce, è un'azione simultanea che richiederebbe la partecipazione attiva di chi suggerisce la correzione e di chi dovrebbe attuarla: «con» - «regĕre», reggere con, dirigere con. Io aiuto l'altro a dirigere i suoi comportamenti, a orientare i suoi atteggiamenti, le sue parole, quando mi accorgo che essi contraddicono il Vangelo e cammino con l'altro ogni volta che la correzione fraterna sortisce effetto (immediato o... posticipato), cercando di raggiungere la stessa meta, a cui potremmo dare molti nomi (la santità, il Paradiso, etc etc), ma che si sintetizza in una persona: Gesù Cristo.
Quando opera in questa dimensione la correzione  diventa un'opportunità di crescita (dunque di avanzamento nel cammino) per entrambe le parti. Correggere è un gesto di carità, di interesse vero per l'altro (mi sta a cuore che anche l'altro raggiunga la pienezza della perfezione in Cristo!), di generosità e a volte anche di fortezza (quante volte non se ne ha il coraggio!); lasciarsi correggere è un atto di umiltà e contribuisce non solo nel farsi aiutare a togliere  la pagliuzza, ma anche a iniziare a levare via la trave dal proprio occhio. Chi accetta la correzione impara a guardare chi corregge non come l'antipatico e il borioso di turno, ma come un fratello che nutre un affetto spirituale, disinteressato. Una delle travi, infatti, è l'orgoglio, ed è una trave pericolosa, che innesta radici profonde nel nostro io e appanna pesantemente la vista spirituale. Così come una trave è la malizia che ci fa giudicare chiunque ci si avvicini come superbo, cattivo, interessato. 
Si potrebbe chiudere il discorso con un modo di dire molto comune: Nessuno è perfetto.
Ecco che allora nessuno potrà essere solo colui che corregge, ma anche colui che si lascia correggere, in una relazione di mutuo soccorso, in cui il Cristo ci verrà incontro attraverso il Vangelo – la lampada che deve guidare i nostri passi (Sal 119, 105) – ma anche attraverso il fratello che, vista la pagliuzza nel mio occhio, mi tende una mano per toglierla, e vederci sempre meglio.

venerdì 23 giugno 2017

Pensieri per lo spirito

 CI HA AMATI CON TUTTO IL CUORE
Solennità del S. Cuore di Gesù


Celebrare la solennità del Sacro Cuore significa focalizzarsi su quello che è – simbolicamente – il nucleo essenziale della persona umana e divina di Gesù e della sua stessa intera esistenza: il suo amore salvifico per l'umanità. Questo perché il Cuore è il segno dell'amore di Dio e al contempo ne è anche simbolo, come Pio XII sottolineò nell'Haurietis Aquas: parliamo del Cuore di Cristo non per riferirci semplicemente a un organo umano, biologico, del corpo di Gesù, ma per andare a ciò che esso rappresenta, cioè l'amore. E questo amore non è un amore qualunque, non è contenuto entro limiti definiti o definibili. Al contrario, è un amore assoluto, infinito, gratuito. È l'amore di Dio che porta il Verbo a incarnarsi, a spendere la sua esistenza per la salvezza degli uomini, fino all'atto ultimo e "risolutivo" della propria offerta: la morte in croce, con l'altrettanto simbolico gesto della trafittura del costato, di quel cuore da cui sono fuorisciti sangue e acqua, i simboli dei Sacramenti della Chiesa e da cui la Chiesa stessa, dunque, è sgorgata. In questa fuoriscita dal costato è rappresentato il darsi di Gesù fino all'ultima goccia del suo sangue, cioè senza risparmiare niente di se stesso, senza conservare nulla, senza trattenere niente della propria vita. Il racconto giovanneo lo rimarca proprio nel gesto del soldato che squarcia il petto del Signore, perché il sangue, nel linguaggio biblico, è simbolo della vita stessa e così la morte di Cristo assume una valenza straordinariamente e doppiamente oblativa e vitale: Gesù spende la sua vita per gli altri, e l'aspetto fisico di questa donazione diventa espressione simbolica dell'amore reale con cui Dio ci ama. La vita di Gesù diventa infatti la vita di chi crede in lui, di chi si nutre di lui, di chi lo confessa come il Cristo. Questo è il messaggio chiaramente contenuto nella Prima Lettera di Giovanni, al capitolo 4. 
Dire che Gesù ci ha amati con tutto il cuore e dal profondo del suo cuore non è allora utopia. D'altronde, queste sono espressioni tipiche del linguaggio umano – che fa del cuore il simbolo dell'amore di una persona e del suo centro più profondo – ma sono realtà che Cristo ha vissuto e che Dio vive da sempre e vivrà per sempre per l'essere umano. È ancora Giovanni, infatti, nella sua Prima Lettera, a rammentare che Dio Padre ha mandato il suo Figlio unigenito «perché noi avessimo la vita per lui» (v. 9), e nel suo Vangelo, al cap. 3, versetto 16, è ancora più esplicito: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Benedetto XVI, poi, sottolineò che «lo Spirito Creatore ha un cuore. È Amore» (Omelia, 3 giugno 2006). 
Ecco che dunque, alla fine, con l'evangelista Giovanni possiamo racchiudere il significato della solennità del Sacro Cuore in una sola espressione: «Dio è amore» (Gv1 4, 16). E così come abbiamo visto concretamente l'amore per noi del Dio Uno e Trino nell'amore tangibile del Cristo Uomo, così anche noi possiamo diventare trasparenza dell'amore di Dio per gli altri, ogni volta che ci relazioniamo al nostro prossimo non per semplice filantropia o interesse o peggio ancora con disprezzo, ma con lo stesso atteggiamento interiore di Cristo: nell'offerta generosa di ciò che siamo e anche del nostro tempo, che spesso riteniamo più prezioso del fratello che ci sta accanto. 
Il Cuore di Gesù ha declinato il proprio tempo umano secondo i bisogni dell'umanità assetata di amore, e ha fatto del proprio spazio esistenziale lo spazio dell'accoglienza, dell'abbraccio, della correzione, del conforto e della vicinanza; lo spazio della chiamata e dell'attesa, lo spazio della speranza e della pazienza; lo spazio della vita che genera vita, non del rifiuto, che genera sempre morte ogni volta che un no diventa l'umiliazione dell'altro che tende la mano. Guardare al Cuore di Gesù significa imparare da lui e imitarlo, riconoscendosi chiamati a una missione grande e che non abbiamo meritato, ma che tuttavia ci è stata affidata: mostrare ancora oggi, nel nostro mondo, nella nostra epoca, che Dio ha un cuore che palpita d'amore, che Dio stesso, anzi, è cuore, se per cuore intendiamo il suo amore senza riserve. 

mercoledì 17 maggio 2017

Pensieri per lo spirito


RINNOVARSI PER IL REGNO






IL CAMBIAMENTO PER IL REGNO DI DIO

Il vino da versare in otri nuovi, il vestito da rinnovare e non da rattoppare  (Lc 5, 36-39), il tralcio da potare (Gv 15, 1-8): Gesù parla più volte della necessità del cambiamento totale richiesto a chi vuole seguirlo. È l'esigenza del «convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1, 15), nella stessa logica di un'altra affermazione del Cristo: «Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 62).
Soprattutto Luca sottolinea l'illogicità di un comportamento contrario al cambiamento vero: «nessuno» versa il vino nuovo in otri vecchi, perché altrimenti si perdono entrambi; «nessuno» strappa un pezzo di stoffa da un vestito nuovo per rattopparne uno vecchio, perché altrimenti li si rovina entrambi. In tutte e due le immagini usate dal Maestro si esprime così il concetto di perdita a cui si va incontro se ci si avventura in un cambiamento solo parziale e, dunque, fittizio. Anche in Giovanni, laddove Gesù ricorre all'immagine della vite e dei tralci, emerge la stessa idea: un tralcio staccato dalla vite non può produrre niente, mentre un tralcio potato non solo porterà frutto, ma ne porterà ancora di più rispetto a prima.
La realtà del Regno di Dio non si può rattoppare su di noi come fosse un semplice rammendo, né possiamo pretendere di travasarla nel nostro vecchio io: limitarsi a questo non sarebbe cambiare veramente.
E questo accade perché il Regno di Dio è dinamico e vitale, e le stesse immagini scelte da Gesù sono cariche di tale dinamismo: il vino nuovo richiama alla mente la fermentazione, per cui esso farebbe scoppiare gli otri fatti di pelle animale, che hanno perso l'elasticità; il rattoppo preso da un vestito nuovo evoca invece lo strappo, lo sfilacciarsi della stoffa e poi lo stridore tra la stoffa nuova del rattoppo e quella vecchia del vestito da rammendare.
Lo stesso dinamismo è presente anche nell'immagine della vite e dei tralci, che suggerisce il ciclo di potatura/attesa/produzione dei frutti necessario affinché si ottenga il risultato sperato. 

Rinnovarsi "costa"

Il Regno di Dio riguarda l'uomo nella sua interezza di anima e di corpo, di pensieri e sentimenti, di cuore e di mente. Ecco perché esso richiede un cambiamento integrale e non semplicemente un piccolo lifting al credente che vuole accogliere l'annuncio di Gesù per viverlo in pienezza, aderendovi totalmente. E il rinnovamento è sempre costoso: significa abbandonare i nostri vecchi modi di pensare, i nostri preconcetti; sforzarsi nel superamento di quei limiti che sembrano impedire alla Buona Novella di attecchire in noi. Tutto questo costa come costa dolore al tralcio il subire una potatura e fatica all'otre nuovo opporre resistenza al sobbollire del vino nuovo... e come costa buttare il vestito vecchio (che magari ci piace pure!) per tenere solo quello nuovo. Gesù stesso ne è consapevole, tanto da dire che «nessuno che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: "Il vecchio è gradevole!"»(Lc 5, 39).
Ma se vogliamo tuffarci nell'esperienza che il Regno di Dio è, se vogliamo vivere in esso e farlo vivere in noi, necessariamente dobbiamo cambiare. Se volessimo portarlo in noi tenendoci per quello che siamo sempre stati, o se volessimo semplicemente appiccicarcelo addosso in un punto specifico, come fosse solo un insieme di cose esteriori che non ci tangono nel di dentro o che ci chiedono di modificare solo una parte di noi, falliremmo nel nostro tentativo. La forza dirompente del Regno entrerebbe in contrasto con il nostro uomo vecchio. Potremmo allora sentirci a disagio, apparire strani agli occhi degli altri, come se vestissimo un abito che ci va stretto o uno straccio ricucito malamente, e potremmo anche scoppiare, cioè non reggere alla portata di novità che il Regno vuole realizzare nella nostra esistenza: a quel punto manderemmo tutto all'aria. 
Essere cristiani significa invece accettare lo sforzo di fare di noi una cosa nuova, in vista di un bene più grande, che è Dio stesso. Se infatti impariamo a conoscere Cristo – parafrasando san Paolo nella Lettera agli Efesini – allora siamo anche istruiti da lui «ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l'uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli» (Ef 4, 22) e a rinnovarci «nello spirito della mente e a rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità» (Ef 4, 23-24). 
Ascoltare la Parola, lasciarla entrare in noi, lasciare che essa ci trasformi. Questa è la potenza di Dio, che per mezzo del suo Verbo incarnato e con l'energia dello Spirito Santo è capace di fare di noi una meraviglia sempre nuova. A ciascuno di noi è chiesto solo l'impegno, la docilità, lo sforzo nel superarsi per mostrare, con sempre maggiore consapevolezza, anche agli altri, la straordinaria bellezza di creature che rendono visibile, in questo mondo, il Regno di Dio già in mezzo a noi.

domenica 16 aprile 2017

Pensieri per lo spirito


NELLA SPERANZA SIAMO SALVATI
Meditazioni per la Settimana Santa



La nostra speranza è in Dio.
La nostra speranza è Dio.
La nostra speranza è la speranza di un Cristo che non ha negato la morte, ma l'ha attraversata, e proprio attraversandola, l'ha sconfitta, inaugurando il tempo della vita vera in Se stesso, uomo perfetto, glorificato dal Padre.







IL DIO DELLA LUCE, IL DIO DELLA SPERANZA

La Veglia Pasquale comincia con parole di luce, vita e speranza. La Benedizione del fuoco, il primo dei momenti che scandisce la celebrazione, ci ricorda infatti che «in questa santissima notte, nella quale Gesù Cristo nostro Signore passò dalla morte alla vita, la Chiesa, diffusa su tutta la terra, chiama i suoi figli a vegliare in preghiera. Rivivremo la Pasqua del Signore nell’ascolto della Parola e nella partecipazione ai Sacramenti; Cristo risorto confermerà in noi la speranza di partecipare alla sua vittoria sulla morte e di vivere con lui in Dio Padre» [1].
La Benedizione del fuoco si colloca nella Liturgia della Luce, che ci ricorda attraverso segni e parole che Cristo è l'unica e vera luce del mondo da cui dobbiamo lasciarci illuminare. 
Questa luce era già stata preannunciata dai profeti, per mezzo dei quali Dio aveva parlato, come rammenta l'orazione alla quinta lettura, durante la Liturgia della Parola:

«Dio onnipotente ed eterno,
unica speranza del mondo,
tu hai preannunziato con il messaggio dei profeti
i misteri che oggi si compiono;
ravviva la nostra sete di salvezza,
perché soltanto per l’azione del tuo Spirito
possiamo progredire nelle vie della tua giustizia.
Per Cristo nostro Signore». 

La luce di Cristo risplende senza fine perché Egli è la vera immagine visibile del Padre, del quale ha portato ha compimento il progetto di salvezza dell'uomo. San Paolo si augura dunque (scrivendo agli Efesini) che Dio Padre «illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l'efficacia della sua forza e del suo vigore.
Egli la manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti
e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,
al di sopra di ogni Principato e Potenza,
al di sopra di ogni Forza e Dominazione
e di ogni nome che viene nominato
non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro» (Ef 1, 18-21).

Cos'è la speranza?

a) È una virtù teologale

Così la definisce il Catechismo della Chiesa Cattolica: 
«La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull'aiuto della grazia dello Spirito Santo. 
"Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso" (Eb 10,23).
La virtù della speranza risponde all'aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell'attesa della beatitudine eterna. Lo slancio della speranza preserva dall'egoismo e conduce alla gioia della carità» [2].

b) Non è semplicemente ottimismo

«L'ottimismo di temperamento è una cosa bella e utile nelle angosce della vita» – scriveva Joseph Ratzinger –. «Deve essere sviluppato e coltivato per formare positivamente la fisionomia morale di una persona. Allora esso può crescere mediante la speranza cristiana e diventare ancora più puro e più profondo; viceversa in un'esistenza vuota e falsa esso può decadere e divenire pura facciata. Importante è non confonderlo con l'ottimismo ideologico, ma anche non identificarlo con la speranza cristiana, la quale può crescere su di esso, ma come virtù teologica è una qualità umana di profondità di gran lunga maggiore e di altro rango. Il fine della speranza cristiana è il regno di Dio, cioè l'unione di uomo e mondo con Dio mediante un atto di divino potere e amore» [3].

c) Dio è l'unica nostra speranza

Già l'orazione alla quinta lettura della Veglia pasquale lo ha evidenziato: Dio è l'unica speranza. 
In Lui, infatti, riponiamo la nostra speranza, la nostra fede. Soltanto Dio può salvarci dal peccato, dalla morte, dal decadimento, dalla bruttezza, dall'ingiustizia, dalla falsità. L'azione che realizza la speranza, pur richiedendo la nostra volontà, il nostro impegno fattivo, in definitiva viene solo da Dio, che vuole che tutti gli uomini si salvino, e che per questo ha operato e opera, mettendoci nelle condizioni di essere salvati.
Dire a Dio: «Tu sei la mia speranza» equivale a dirgli: «Tu sei la mia unica salvezza».
San Paolo ci dice infatti che «nella speranza siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo?» (Rm 8,24). 
Ma in quale speranza siamo stati salvati?
In quella di Gesù, che ha vissuto la fede nella speranza di essere liberato dalla morte, pregando e rendendosi obbediente (Eb 5,7). È nella sua (grazie alla sua) speranza che si può realizzare la nostra speranza; è nella sua fede che anche noi possiamo credere nell'unico Padre suo e nostro; è nella sua carità, nel suo amore, che anche noi possiamo vivere le relazioni con Dio e con gli altri in una dimensione totalmente donativa. 
La speranza del Cristo non era infatti solo per Se stesso: Egli ha sperato per tutti noi, per salvare gli uomini attraverso la sua Passione, morte e Risurrezione.
La speranza del Cristo diventa così la nostra speranza: Egli poi è il fine ultime della nostra speranza, perché «è anche possibile che il Regno di Dio significhi Cristo in persona, lui che invochiamo con i nostri desideri tutti i giorni, lui di cui bramiamo affrettare la venuta con la nostra attesa. Come egli è la nostra Risurrezione, perché in lui risuscitiamo, così può essere il Regno di Dio, perché in lui regneremo [San Cipriano di Cartagine, De oratione dominica, 13: PL 4, 527C-528A]» [4].

Cristo, principio e fondamento della nostra speranza nell'Eucaristia

L'orazione alla quinta settima della Veglia pasquale invoca così Dio Padre:

«O Dio, che nelle pagine dell’Antico e Nuovo Testamento
ci hai preparati a celebrare il mistero pasquale,
fa’ che comprendiamo
l’opera del tuo amore per gli uomini,
perché i doni che oggi riceviamo
confermino in noi la speranza dei beni futuri.
Per Cristo nostro Signore» [5].

E il dono principale che riceviamo nella Celebrazione Eucaristica è la Comunione, «Sacramento della carità, il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l'amore infinito di Dio per ogni uomo. In questo mirabile Sacramento si manifesta l'amore "più grande", quello che spinge a "dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Gesù, infatti, "li amò fino alla fine" (Gv 13,1). Allo stesso modo, Gesù nel Sacramento eucaristico continua ad amarci "fino alla fine", fino al dono del suo corpo e del suo sangue» [6]. 
Il Cristo eucaristico è infatti il Cristo morto e risorto. Egli, Figlio obbediente, fedele, traboccante di speranza, è il tralcio su cui veniamo innestati per avere la vita nuova di uomini redenti, in una redenzione che, in quanto spirituale, opera già ora, è un anticipo della risurrezione dei nostri corpi, di quella redenzione "totale" che vivremo nel futuro escatologico, così come l'Eucaristia è pegno della gloria futura.
Se siamo consapevoli di questo allora dobbiamo orientare tutta la nostra vita, questa nostra vita presente, attuale, alla luce della speranza.

Un messaggio per l'uomo: agire già in questa vita orientati dalla speranza

Scriveva Moltmann: 

«La speranza cristiana è diretta verso un novum ultimum, verso la nuova creazione di tutte le cose ad opera del Dio della risurrezione di Cristo. Essa ci apre una prospettiva di futuro che ricomprende ogni cosa, anche la morte; essa può e deve ricondurre in quella prospettiva anche le limitate speranze di rinnovamento della vita, suscitandole, relativizzandole e orientandole. Contro la presunzione non serve la disperazione che dice "in fondo tutto rimane sempre uguale", ma serve soltanto il correttivo della speranza che si articola in pensiero e azione. La speranza cristiana è chiamata e autorizzata a operare una trasformazione creativa della realtà, perché essa ha speranza per l'intera realtà. La speranza della fede diventa essa stessa una fonte inesauribile cui attinge la immaginazione creativa e inventiva dell'amore. Essa provoca e produce costantemente un pensiero anticipatore che è pensiero d'amore per l'uomo e per il mondo, affinché le nuove possibilità che emergono assumano una forma consona alle cose migliori possibili, poiché le cose promesse sono nell'ambito del possibile.
Essa susciterà quindi costantemente la "passione per ciò che è possibile", l'inventiva e l'elasticità per autotrasformarsi, per uscire dal vecchio e adattarsi al nuovo» [7].

La stessa passione che Cristo ha vissuto, uscita dalla mente del Padre come mezzo nuovo per redimere gli uomini, per farli uscire dal vecchio e rinnovarli nel Figlio, l'uomo «reso perfetto per sempre» (Eb 7, 28).


NOTE

[1] Liturgia della Veglia pasquale.
[2] Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1817-1818
[3] Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Guardare Cristo – Esercizi di fede, speranza e carità, Jaca Book, 2009, p. 39-40.
[4] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2816
[5] Liturgia della Veglia pasquale.
[6] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, n. 1.
[7] Jürgen Moltmann, Teologia della speranza, Queriniana, 2008, pp. 27-28.

sabato 15 aprile 2017

Pensieri per lo spirito


IL SILENZIO DI DIO E LA SPERANZA DELL'UOMO
Meditazioni per la Settimana Santa


Il Sabato Santo è il giorno del silenzio. Non si celebra la Liturgia della Parola, non si riceve l'Eucaristia. Siamo chiamati a "rivivere" il silenzio del sepolcro. Il silenzio del Gesù morto, il silenzio degli apostoli smarriti, il silenzio del dolore della madre.
Cosa può dire l'esperienza di questo silenzio, a noi che sappiamo già cosa attende il Cristo dopo tre giorni di attesa?





Giuseppe Sanmartino, Cristo Velato, 1753
Museo Cappella Sansevero, Napoli





IL SILENZIO DI DIO

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio, giorno in cui siamo invitati a meditare sugli eventi trascorsi e ad attendere la Risurrezione del Signore, che avrà luogo nella Veglia di tutte le veglie, quella pasquale.
Il Sabato Santo è l'unico giorno dell'anno in cui non vi è Liturgia della Parola e in cui non si riceve l'Eucaristia e siamo invitati a cercare il Signore in maniera diversa dal solito.
Il silenzio di Gesù dopo la sua morte, quel silenzio che agli occhi di molti sembrò anche un silenzio divino (quanti si saranno chiesti: E dov'è Dio con le promesse di cui il Cristo ha parlato?) si traduce in silenzio liturgico, attraverso cui proviamo a rendere concretamente sperimentabile l'esperienza vissuta dagli apostoli.
Il Sabato Santo è una sorta di memoriale atipico, così come la Liturgia è il memoriale per eccellenza della Passione e Risurrezione del Signore. Il Sabato Santo è il giorno in cui «la Chiesa rivive il mistero della sepoltura di Gesù» [1].
Questo mistero stesso, è già per noi fonte di riflessione e oggetto di domande: che senso ha il silenzio? Cosa può dire, oggi, a noi che sappiamo già come va a finire il racconto del Vangelo, la storia di Gesù, paradigma della nostra esperienza di creature destinate a risorgere?

a) Il silenzio è uno dei linguaggi di Dio

«Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1Cor 1, 27).
Dio viene a dire la sua parola ultima e definitiva attraverso suo Figlio. Un Figlio che che assume una condizione umana, nascosto per anni agli occhi della storia; un Figlio che non viene a operare sulla terra una rivoluzione politica e sociale e neppure a ribaltare le sorti degli ultimi ricorrendo alla forza bruta. Il linguaggio di Dio è un linguaggio in sordina, silenzioso rispetto alle aspettative e alle modalità delle masse; un linguaggio la cui portata rivoluzionaria è nel contenuto del suo messaggio, e che proprio per questo appare stolto e debole agli occhi del mondo, in cui fatica a farsi spazio. 
Del Cristo Isaia aveva detto: «Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce» (Is 42, 2).
Il linguaggio dell'amore non può essere urlato, ma solo sussurrato, affinché tocchi le corde del cuore, in attesa di una risposta libera. L'amore non si può imporre, ma soltanto offrire.
Credere e abbandonarsi a Dio comporta allora la necessità di confrontarsi con l'apparente suo silenzio, con quel suo tono dimesso che sembra non voler imporsi sul male. Già nel grido del Cristo sulla Croce, in quel «Perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46) sembra riecheggiare il grido di ogni uomo sulla faccia della terra. Anche quello dell'uomo di fede.  È l'interrogativo sui tanti silenzi di Dio dinanzi alle sofferenze, alle ingiustizie, alle inquietudini esistenziali, ai soprusi, alle violenze, alle cattiverie che albergano nel cuore dell'essere umano e si tramutano in parole e azioni omicide, ma anche la domanda sul perché Dio taccia dinanzi alle tante comprensioni errate di lui, del suo messaggio, della sua Chiesa. È il silenzio di Dio davanti alla morte, anche a quella del Figlio: nel suo sepolcro sembrano essere state definitivamente sepolte tutte le speranze, le aspettative di chi ha osato credere in questo Dio silenzioso che Gesù ha definito come il «Padre nostro» (Mt 6, 9). 

b) Anche il silenzio è preghiera, lode a Dio

Il Salmo 65, Inno di ringraziamento a Dio per la sua bontà, comincia così:
«Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion,
a te si sciolgono i voti».
Il silenzio mortale di Gesù, che ha sciolto il proprio voto, assolvendo in maniera totale alla propria missione, è una lode che sale a Dio Padre. È l'atto di obbedienza spinto fino al suo estremo: l'apparente annientamento di Gesù nella cessazione della vita, l'apparente sconfitta di Dio stesso, nella morte del Figlio. Ma proprio in questa accettazione di tale portata il compiacimento del Padre nel Figlio non potrebbe avere punto più elevato nella parabola umana del Cristo, il cui corpo giace nel sepolcro, sigillato da una pietra. Nella morte del Figlio la giustizia e la misericordia hanno raggiunto un vertice. Il peccato dell'uomo è sconfitto attraverso la morte del Figlio, in cui trova pieno compimento la giustizia divina.

c) Il silenzio è tempo di speranza, tempo di attesa

«È bene aspettare in silenzio 
la salvezza del Signore. 
È bene per l'uomo portare 
un giogo nella sua giovinezza. 
Sieda costui solitario e resti in silenzio, 
poiché egli glielo impone. 
Ponga nella polvere la bocca, 
forse c'è ancora speranza. 
Porga a chi lo percuote la sua guancia, 
si sazi di umiliazioni. 
Poiché il Signore 
non respinge per sempre. 
Ma, se affligge, avrà anche pietà 
secondo il suo grande amore». (Lam 3, 26-32) 

Il silenzio dell'anima del Cristo-Uomo è un silenzio paziente, di chi attende i tempi di Dio. Un Dio che per tre giorni sembra rimanere in silenzio

 Un messaggio per l'uomo: dal silenzio alla speranza 

Il Sabato Santo, nel silenzio della Liturgia che tace, ci offre spazi per il colloquio interiore con Dio, il silenzio umile di chi si rende vuoto di parole altisonanti o inutili, per tendere l'orecchio a ciò che Dio ha da dire. 
È un silenzio che va coltivato anche dopo la fine del Sabato Santo, come atteggiamento quotidiano e filiale, di chi impara a leggere il passaggio di Dio nella propria vita, passaggio che non necessariamente avviene tra suoni roboanti, ma, molto spesso, «nel sussurro di una brezza leggera» (cfr. 1Re, 19, 12). 
È un silenzio che deve orientarci come modalità del nostro essere cristiani, del nostro testimoniare la fede: non urlando, perché Dio non urla; non imponendo, perché Dio non obbliga nessuno; non con brutalità, ma con pazienza e perseveranza, con dolcezza, imparando l'umiltà dal Cristo: «È vero che, nel nostro rapporto con il mondo, siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano. Siamo molto chiaramente avvertiti: "sia fatto con dolcezza e rispetto" (1 Pt 3,16), e "se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti" (Rm 12,18). Siamo anche esortati a cercare di vincere "il male con il bene" (Rm 12,21), senza stancarci di "fare il bene» (Gal 6,9) e senza pretendere di apparire superiori ma considerando "gli altri superiori a se stesso" (Fil 2,3)» [2]. 
La pazienza di Gesù dinanzi ai silenzi di Dio possono spronarci a vivere nell'attesa fiduciosa della liberazione anche quando la nostra vita rimane intrappolata nelle ingiustizie, nella falsità, calunnia, incomprensioni e invidie altrui. In tutto ciò che uccide la nostra dignità, che rende quasi insopportabile il peso dell'esistenza, nelle difficoltà psicologiche o materiali che rendono quasi impossibile andare avanti. Il Sabato Santo è l'invito a ricordare che i tempi di Dio sono tempi di giustizia, in cui il giusto provato viene largamente ricompensato per i torti subiti, perché Dio è Verità, Giustizia e Misericordia. Dal Cristo che giace inerme nel sepolcro, e la cui anima attende negli inferi, siamo chiamati a imparare la virtù della pazienza. Infatti 
«È meglio la pazienza che la forza di un eroe, 
chi domina se stesso vale più di chi conquista una città» (Pro 16, 32) 
«Non sfuggirà il peccatore con la sua preda, 
 né la pazienza del giusto sarà delusa» (Sir 16,13). 
Sull'esempio di Cristo, anche noi possiamo assumere l'atteggiamento a cui san Paolo invita nella Lettera ai Romani: «ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». (Rm 5, 3-5)

NOTE

[1] Il Messale di ogni giorno, Città Nuova, Libreria Editrice Vaticana, Jaca Book, p. 448.
[2] Francesco, Evangelii Gaudium, n. 271.