domenica 21 febbraio 2016

Pensieri per lo spirito


«SOGNO O SON DESTO?» 
Riconoscere Gesù che passa


L'episodio della Trasfigurazione di Gesù permette una riflessione sul "sonno" che rischia di opprimere il credente, facendogli chiudere gli occhi sulla gloria del Signore che, tante volte e in diversi modi, si manifesta nella sua vita. 




«Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; 
ma, quando si svegliarono, 
videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui».
(Lc 9,32)


UN MOMENTO DI SUSPENSE

Il Vangelo della Trasfigurazione presenta Pietro, Giacomo e Giovanni «oppressi dal sonno». Sembra quasi un espediente cinematografico per aumentare la suspense del lettore: mentre i loro occhi si chiudono per la stanchezza, sta accadendo qualcosa di straordinario. Gesù si trasfigura e accanto a Lui compaiono Mosè ed Elia. Basterebbe pochissimo e i tre apostoli perderebbero un'esperienza irripetibile: l'anticipo del Paradiso, una finestra sul futuro, un assaggio escatologico. Ma - ed è qui che viene il bello - proprio quando rischiano di lasciarsi scappare quel regalo inatteso che si sta scartando a un passo da loro, i loro occhi si riaprono ed essi possono contemplare la gloria di Cristo.

Sogno o son desto?

«Per quanto dal contesto risulti che la trasfigurazione avviene di notte e sia quindi plausibile che i discepoli si siano addormentati, qui, però, il sonno che li opprime (bareo, pesare, schiacciare) si riferisce probabilmente a quella fase intermedia in cui si comincia a cedere al sonno, ma resta ancora un minimo di vigilanza prima di addormentarsi del tutto.
Questo stato giustifica l'uso del verbo diagregoreo - che figura nel NT soltanto qui - per indicare una sorta di "risveglio": ossia il passaggio da una condizione di semi-vigilanza a una di completa coscienza» [1].
Lo stato di "dormiveglia" degli apostoli accentua ancora di più il duplice significato della notte e del sonno nell'accezione biblica: tempo e dimensione di mistero, rimando alla morte, ma anche spazio privilegiato per la rivelazione del divino (basti pensare ai "sogni" di Giuseppe nel Vangelo). 
In tal modo, l'oppressione del sonno che grava sui discepoli riflette, in un certo senso, una situazione comune a ogni essere umano: «ciascuno fa l’esperienza della notte, conosce in sé il valore ambivalente di questa realtà-simbolo. La nascita e la morte si alternano nell’esistenza dell’uomo come il giorno e la notte fanno parte della sua vita, del suo tempo, lo segnano irreversibilmente. Far comprendere che l’opera di Dio avviene misteriosamente nella notte e porta la luce della novità significa far rivivere l’esperienza cristiana come evento di salvezza e di esultanza». [2] 
Proprio come sperimenteranno Pietro, Giacomo e Giovanni, nel trovarsi dinanzi alla gloria di Cristo, tanto da essere presi da un'incontenibile gioia, quella che farà prorompere il futuro Principe degli apostoli nell'espressione: «È bello per noi essere qui» (Lc 9, 33).

Il rischio del dormiveglia

«Gesù passa nella nostra vita, e quante volte ci manda un angelo, e quante volte non ce ne rendiamo conto, perché siamo tanto presi, immersi nei nostri pensieri, nei nostri affari, da non accorgerci di Lui che passa e bussa alla porta del nostro cuore, chiedendo accoglienza, chiedendo un “sì”, come quello di Maria» [3]. 
Il credente rischia di farsi annebbiare la vista dal sonno che l'opprime. O meglio, dai molti sonni che lo schiacciano. Dalle preoccupazioni, dalle vanità, dagli impegni materiali, dalla cura eccessiva di sé. L'alea del dormiveglia è che l'uomo attraversi la soglia di quello stato di semi-vigilanza, in cui ancora può destarsi e aprire gli occhi, addentrandosi in quello di sonno profondo, in cui cala il buio sulla realtà. Metaforicamente parlando, lo stato del sonno interiore, spirituale, è quello in cui non si è più in grado di riconoscere la luce di Dio che attraversa la propria vita, non si è più capaci di riconoscerlo presente nelle sue molte manifestazioni (nel prossimo, per esempio), nelle sue "trasfigurazioni" e, così facendo, il passo verso quel sonno dell'anima che si fa "morte" nella chiusura del peccato e dell'egoismo è breve.

Vegliare per vedere la gloria di Dio

L'invito a vegliare, che Cristo rivolgerà proprio a Pietro, Giacomo e Giovanni, quel «restate qui e vegliate con me» (Mt 26,38) pronunciato la notte del suo arresto, diventa un monito rivolto a ogni suo discepolo. Vegliare per riconoscere la sua presenza, per scoprire le piccole trasfigurazioni con cui Egli si rende visibile nella vita di ciascuno; rimanere desti per gustare con sempre rinnovata gioia la bellezza della gloria di Dio.
Vegliare nella preghiera, nella carità; vegliare mantenendo uno sguardo capace di vedere "oltre" la semplice superficie delle cose, andando in profondità, per riconoscere i passi del Signore che cammina accanto a ciascuno dei suoi figli. In tal modo la trasfigurazione, in senso lato, diventerà un'esperienza "feriale", in cui contemplare quella gloria che si è resa visibile quando il Figlio dell'Uomo ha preso carne umana, manifestando al mondo intero: 
«E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria» (Gv 1,14)


NOTE

[1] Nota a Il Nuovo Testamento. Vangeli e Atti degli Apostoli. Nuova Versione Ufficiale della CEI, 2008, Paoline, p. 262.

[2] Giuseppe De Virgilio, La notte e il suo simbolismo biblico. La riscoperta di una categoria comunicativa nel contesto giovanile, in Note di Pastorale Giovanile n. 3-2008, p. 58.

[3] Francesco, Angelus, 21 dicembre 2014.



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